Letture

30 Maggio, 2008

(Repubblica.it)

Si parla di Chiesa. Quella che passò attraverso gli anni di piombo. Quella del sequestro Moro e della dissociazione. La Chiesa e Cosa Nostra, la mafia devota e la religione “capovolta”. Ed ancora Chiesa e pedofilia, una delle pagine più nere della storia. E i conti in tasca al Vaticano per capire quanto ci costa la Santa Sede.

I costi della Chiesa. Da una serie di articoli a firma di Curzio Maltese su Repubblica, nasce La Questua. Quanto costa la Chiesa agli italiani (Feltrinelli, 14 euro). Qualche cifra per capire. Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Mittente lo Stato italiano, destinatario la Chiesa cattolica. Senza contare vantaggi fiscali come il mancato incasso dell’lci. il totale si aggira sui 4 miliardi di euro. Una somma che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.

Video integrale della presentazione del libro

La mafia devota. Sembrano mondi lontanissimi. Eppure tra mafia e religione, c’è un legame tutt’altro che tenue. Basta leggere La mafia devota di Alessandra Dino (Editori Laterza, 295 pagine, 16 euro) per rendersene conto. Per capire quante volte la mafia ha utilizzato e ancora utilizza simboli cattolici per legittimarsi e autoassolversi. Quasi che esistesse un Dio “privato” con cui negoziare “la salvezza della propria anima. Una sorta di religione “capovolta”, insomma. A cui, troppo spesso, la Chiesa risponde con sottovalutazione o limitando il problema ad un concetto di religiosità intimistico nel quale il mafioso è visto solo come “pecorella smarrita”. Perché c’è il Dio di padre Puglisi ucciso dalla mafia nel ‘93, ma anche la Chiesa che modifica il tragitto della processione di sant’Agata a Catania per arrivare sotto il balcone del mafioso uscito di prigione e rendergli omaggio. Un’ibridazione, come la chiama la Dino che, dopo aver parlato con molti sacerdoti siciliani. Ci sono parroci che “auspicano un intervento della Chiesa “in sinergia con lo Stato”, quelli che riducono il problema ad un concetto di religiosità intimistico e quelli, e sono la maggioranza degli intervistati, che non vedono la presenza mafiosa sul territorio come una minaccia diretta per la Chiesa. Alcuni segnali vanno, fortunatamente, in controtendenza. Ma una pronuncia chiara e diretta delle alte sfere ecclesiastiche, ancora stenta ad arrivare.

Chiesa e terrorismo. Per quelli che scelsero la lotta armata Camillo Torres, il prete guerrigliero, fu un punto di riferimento. Così come molti terroristi si formarono in ambienti cattolici, quelli più sensibili ai temi della giustizia sociale. Una “vicinanza” che trovò conferme durante i sequestri Sossi e Moro e nella scelta di Prima Linea che consegnò le armi alla Curia di Milano. Per chiudere con gli ex terroristi impegnati nel volontariato cattolico. Si chiama Parole, opere e confessioni. La Chiesa nell’Italia degli anni di piombo il libro di Annachiara Valle (Rizzoli, 262 pagine, 17 euro), un viaggio-inchiesta sul ruolo della Chiesa in una delle pagine più cupe della storia contemporanea. Dagli inizi, quando alcuni ragazzi “cresciuti negli oratori” decisero che l’unica strada possibile per cambiare le cose era la lotta armata. “Mi sono chiesto tante volte i messaggi che abbiamo dato – dice Don Ciotti nel libro – se e come aiutavamo la gente a saldare la terra con il cielo”. Poi c’è la vicenda Moro. La Chiesa che fa, o vorrebbe fare di tutto per salvare lo statista e quella che ferma ogni nuovo tentativo. Poi arriva il tempo della sconfitta del terrorismo. Il carcere, la dissociazione, il reinserimento nella società. E ancora una volta il ruolo importante della Chiesa. Quasi a chiudere un cerchio iniziato anni prima in tranquilli oratori di provincia.

Chiesa e pedofilia. Il più orrendo dei crimini. L’ombra peggiore sulla Chiesa. I silenzi, il dolore, le reticenze. Le parole delle vittime. Due dati, tra gli altri, che si possono leggere in Viaggio nel silenzio di Vania Lucia Gaito (Edizioni Chiarelettere, 273 pagine, 13 euro): in Italia i casi noti di pedofilia clericale sono una cinquantina ma le segnalazioni molte di più. L’elenco dei sacerdoti condannati per pedofilia è disponibile. Nel libro vengono ricostruiti episodi e si fanno nomi e cognomi. Ma quel che si vuol capire è il perché. Partendo dall’educazione nei seminari. Ne viene fuori un quadro allarmante: la mancanza di uno sviluppo psico-sessuale normale può spiegare la tendenza alla pedofilia. Le diocesi americane, dopo lo scandalo che le ha investite, hanno chiuso i seminari minori. In Italia continuano a essercene più di 100. E la testimonianza dell’ex sacerdote Alessandro Pasquinelli (che patteggia e sconta ingiustamente una condanna per pedofilia) accende i riflettori sul problema: “Ho l’impressione che nei seminari ci fosse una percentuale di omosessuali molto alta. È capitato anche a me di ricevere proposte”.

di Matteo Tonelli


Curiosità dalla rete

29 Maggio, 2008

(CUT blog)

Noi del CUT (Centro Ufologico Taranto) non dichiaramo che il filmato che vi mostriamo sia vero. Ve lo proponiamo a livello di curiosità, vista la tematica. Mostra il video che sarebbe stato girato da un viaggiatore del tempo, che apparterebbe ai Servizi Segreti Russi. Ecco cosa dice la presentazione video su “Youtube”: “Nel 2004 il sito denominato “Sepulchre of Nebi Shuieb”, vicino Gerusalemme, gestito da una spedizione archeologica canadese, scopre a 25 piedi circa sotto terra, un video rovinato dal passare del tempo. E’ stato restaurato ed archiviato come “Oggetto fuori Tempo” o “OOPART”. In questo video sono presenti parole in alfabeto cirillico inerente il “Federalnaja Služba Bezopasnosti” (FSB= Intelligence Russa). E mostrerebbe nientemeno il cadavere di Gesù Cristo. Aspetto strano il video mostra la data del 03/11/2039. Noi del CUT siamo molto dubbiosi sulla veridicità del filmato.


Il disagio dei laici ormai marginali

28 Maggio, 2008

(Radicali.it)

-  da Corriere della Sera del 27 maggio 2008, pag. 3

di Monica Guerzoni

«Lei mi dice che ha parlato di rifiuti, di sicurezza, di salari… Benissimo, ma di Gesù Cristo ha parlato?». Il sarcasmo di Massimo Cacciari sintetizza il disagio dei laici di fronte alla prolusione fiume del cardinale Bagnasco: la sensazione di isolamento culturale e la presa d’atto che, dopo due anni di battaglie contro le «ingerenze» della Chiesa nella vita pubblica, una certa egemonia culturale sia stata spazzata via dal risultato elettorale. Dove sono i superlaici che tuonavano un giorno sì e l’altro pure contro le «invasioni di campo» delle gerarchie vaticane? Che fine hanno fatto i «cattolici adulti» alla Romano Prodi? I plausi soverchiano le critiche e i laici del centrosinistra si interrogano.

«Dov’è l’opposizione?» si duole Emma Bonino, leader radicale e voce sempre più isolata del fondamentalismo anticlericale. «Noi abbiamo urlato fin dove si poteva e ora invece non faccio che sentire gente che dice “la Chiesa ha libertà di parola”. Altro che parlare alle coscienze, quello di Bagnasco sembra un programma di governo». Nel Pd la Bonino si sente in minoranza, teme che i principi cari ai riformisti di fede laica siano sacrificati «sull’altare del dialogo» e si appella all’opinione pubblica, a chiunque abbia senso dello Stato e persino alla destra: «Non conosco Paese al mondo dove si alza un vescovo e dà indicazione su qualsiasi cosa, neanche fosse un altro governo ombra. Dobbiamo fermare questa penetrazione».

Smarrimento, preoccupazione, sgomento. Il sindaco filosofo Cacciari però si dice in ansia per la Chiesa, più che per l’architettura democratica e giura di non sentirsi affatto sconfitto dal punto di vista culturale. «Laici allo sbaraglio? Io non lo sono affatto, sono tranquillissimo. Questa storia della laicità è una balla colossale, perché lo Stato è laico per definizione e tale resterà finché avrà vita». Non teme l’isolamento, la fine di un’egemonia delle idee che l’ha vista tra i protagonisti? «Certo che sono preoccupato, ma per la dialettica su questioni come sicurezza, immigrazione e temi sociali, il resto è nebbia ideologica». Prima diceva di essere preoccupato per la Chiesa… «Certo, ritengo pericoloso per una istituzione così importante andarsi a infognare ogni giorno su quel che fanno Berlusconi, Veltroni o D’Alema. I vescovi si facciano sentire su questioni etiche e morali».

Gli echi delle battaglie tra cattolici e laici su fecondazione assistita, testamento biologico e diritti alle coppie di fatto sono lontanissimi, un cattolico veltroniano come Giorgio Tonini non vede «motivi di allarme» e definisce «giusto che la Chiesa offra il suo apporto al libero dibattito della società, come Bagnasco ha rivendicato, toccando tutti i temi in modo molto equilibrato». Ingerenze? «Mai viste. Semmai a volte la politica è così debole che va in cerca di legittimazioni improprie».

Sottotraccia, però, il Pd è lacerato e lo conferma indirettamente Eugenio Mazzarella, ordinario di Filosofia a Napoli e neodeputato democratico. Il professore ammette che tra i laici del centrosinistra «c’è una difficoltà» e cioè quella di produrre «una visione unita ria sulle grandi questioni della società e soprattutto sulla crisi valoriale che l’attraversa da 15 anni». Ecco, conclude l’onorevole filosofo, su questo «non siamo ancora arrivati a una visione condivisa e spesso ci proponiamo con un assemblaggio di opinioni che è la nostra debolezza». Laici allo sbando, insomma? «Quando si accusano gli altri di supplenza, generalmente la cosa nasce da una insufficienza di reazione culturale».

Chi fa autocritica, chi sceglie il silenzio e chi, come Marco Follini, riconosce alla Chiesa di «saper interpretare un certo senso comune», ma ora teme che il centrosinistra si rassegni alla sudditanza e «regali al centrodestra» il rapporto privilegiato con i cattolici. Non vede invasioni di campo da parte dei vescovi? «No, siamo nel terreno dell’esercizio. della parola».


La rana crocifissa

27 Maggio, 2008

(Alto Adige.it)

Doveva essere scandalo per l’apertura del Museion. E scandalo è stato. La rana crocifissa ha provocato una bufera politica e la reazione del vescovo Egger, che accusa: «I sentimenti religiosi vanno rispettati»

La rana crocifissa di Martin Kippenberger («Zuerst die Füsse», Prima i piedi) installata proprio nell’atrio ha provocato una bufera politica e soprattuto la reazione del vescovo Wilhelm Egger, che accusa: «Esiste il diritto che i propri sentimenti religiosi vengano rispettati». Ma ieri è stato anche il giorno della conferma del successo della nuova sede: altre 3850 persone, che si aggiungono ai 6500 visitatori di sabato.

In tutto, 10.350. «Due giornate memorabili», festeggiano Antonio Lampis (direttore della ripartizione provinciale e vicepresidente della Fondazione Museion), e la curatrice Letizia Ragaglia. Tornando alla polemica, se Luis Durnwalder rimprovera «mancanza di rispetto», l’assessore Sabina Kasslatter Mur parla di «una provocazione, ma è prerogativa dell’arte». Code sia sabato che domenica davanti al nuovo Museion per visitare la mostra «Sguardo periferico & Corpo collettivo», per poi uscire, provare le passerelle, pranzare alla caffetteria.

La mostra, appunto. Avere scelto la hall del Museion, la parete sopra la biglietteria, per esporre la scultura-scandalo di Kippenberger non sarà stato certo casuale. Una rana verde crocifissa, con in mano un boccale di birra e un uovo sodo. Questo il «benvenuti» scelto per la presentazione del Museion alla città. E’ una scultura del 1990, ricordano dallo staff, abbondantemente conosciuta, ma in terra cattolica come l’Alto Adige la provocazione centra il bersaglio. Prima ancora delle reazioni politiche, ieri sono stati i visitatori a protestare, a chiedere informazioni con frequenza tale che lo staff ha dovuto fare un mini-corso improvvisato per il personale di sala con le informazioni base sull’artista e il significato dell’opera. Come riassume Antonio Lampis, «una crocifissione è sempre un invito a riflettere sulla sofferenza».

Ieri poi è arrivata la presa di posizione del vescovo Egger: «La rana crocifissa ha stupito tanti visitatori del Museion e li ha feriti nei loro sentimenti religiosi. Anche se l’autore e il Museion non hanno avuto questo scopo, esiste il diritto che i propri sentimenti religiosi vengano rispettati. Oggi i simboli della fede cristiana vengono spesso disprezzati. Oggi giorno però è fondamentale il rispetto per i simboli e i sentimenti religiosi. Una mostra di opere simili non aiuta la pace tra le culture e le religioni».

Severo il presidente Durnwalder: «Una mancanza di rispetto. L’artista non deve essere del tutto a posto, se concepisce un’opera così». Il governatore Svp Luis Durnwalder ha
proposto la rimozione dell’opera: “Si tratta – ha detto – di una offesa”. E soprattutto ha criticato la collocazione così centrale. Ma l’assessore Sabina Kasslatter Mur, che pure parla di «provocazione» ricorda che questa è esattamente la prerogativa dell’arte. La direttrice Corinne Diserens nel discorso inaugurale ha rivendicato la missione del Museion di effettuare scelte coraggiose.

E così Lampis: «In qualsiasi evento di arte contemporanea incontri opere, più o meno forti, sulla religione. Fa parte della vita delle persone, è normale che entri come ingrediente dell’arte. La società si sta abituando ad avere una ipersensibilità su certi temi, ma nessuno può sentirsi offeso da un’opera». Tra le voci contro, Alessandro Urzì, presidente di An: «L’arte può considerarsi immune dalla legge? Il vilipendio della religione e la blasfemia possono ottenere deroghe se esercitati in contesto artistico?». Reazioni corali dalla destra tedesca agi Schützen, con l’Ufs che chiede le dimissioni dell’assessore Kasslatter Mur. Alberto Berger (Unione cristiana imprenditori dirigenti) chiede al sindaco di intervenire perché la scultura venga «rimossa per riesporla eventualmente in un corretto contesto, con l’adeguata spiegazione sul travaglio dell’autore».


D’Alema: chiesa, la tentazione del potere è demoniaca

26 Maggio, 2008

(Corriere.it)

Un patto di potere tra la destra e la religione cattolica, un’alleanza che mette a rischio i fondamenti dello stato laico e minaccia la Chiesa stessa. Perché la tentazione del potere è «demoniaca» e sempre, nella storia, è stata all’origine di «misfatti ». Alla vigilia della settimana della Conferenza episcopale Massimo D’Alema conclude la summer school della Fondazione Italianieuropei parlando a braccio di «Religione e democrazia in Europa e negli Stati Uniti »: un’articolata analisi storica che parte dalla crisi della globalizzazione e si conclude con severe considerazioni, quasi una riscossa laica destinata a sollevare un’ondata polemica, nel rapporto con la maggioranza come dentro il Pd. I Teodem sono preoccupati e i cattolici democratici sospettano il tentativo di spostare verso sinistra il baricentro del partito riformista. D’Alema e la «questione cattolica », dunque. Dopo aver ascoltato per tre giorni filosofi come Remo Bodei, Charles Larmore e Tzvetan Todorov, il presidente di Italianieuropei fa sua l’affermazione di quest’ultimo «bisogna aver paura di chi ha paura» e la critica al presidente francese Sarkozy. Il quale, neanche fosse «un cardinale», torna a fare della religione cattolica «un affare di Stato». D’Alema parte da qui, identifica nel fallimento delle grandi ideologie del ‘900 una delle ragioni del ritrovato peso pubblico della fede nelle società «smarrite, imbarbarite, disumanizzate » e osserva che la destra politica, negli ultimi anni, ha preso a prestito la religione come «cemento».

Ed è riuscita a intercettare il «prepotente ritorno di un voto politico identitario, mosso da paure ma anche da passioni». Non è in discussione l’apporto dei cattolici alla vita pubblica, chiarisce l’ex premier e cita a modello cinquant’anni di Dc in cui la laicità è stata garantita. Il problema è più complesso e riguarda il rischio del fondamentalismo e la necessità che i credenti conservino il pluralismo delle scelte politiche «senza fissarsi nell’ortodossia e nel compromesso con il potere». «E’ da temersi — avverte D’Alema — che la Chiesa ceda alla tentazione del potere e che il peso politico dei cattolici si indirizzi da una parte per ottenere in cambio la tutela giuridica di principi e valori, come aborto o fecondazione, perché diventino leggi imposte a tutti colpendo la laicità dello Stato». Analizzando i dati della sconfitta D’Alema si è convinto che la destra sia stata «migliore interprete di quel che si muoveva nel fondo della società occidentale» e abbia saputo offrire «una risposta che si basa sull’alleanza tra potere e religione ». E qui il presidente vede il rischio che lo Stato entri in collisione con le garanzie di libertà e pluralismo che sono a fondamento delle democrazie. Poi la frase che molti hanno letto come un attacco a Ratzinger: «La tentazione del potere è demoniaca e sempre, nella storia della Chiesa, è stata all’origine di misfatti, di cui Giovanni Paolo II ha dovuto chiedere perdono». Chiudendo i lavori il padrone di casa rivendica le «buone ragioni » dei laici, ammonisce che «il sogno regressivo di una società monoreligiosa finirebbe per mettere in discussione la democrazia » ma si stanca di coltivare la speranza di un «dialogo fecondo» con i cattolici. Saluti, ringraziamenti a studenti e docenti e una rassicurazione per Veltroni. La Fondazione «non assumerà una caratterizzazione partitica» e non si chiuderà in dibattiti «di sezione», ma chi la teme non speri che il presidente si rassegni a dar vita a un «monastero benedettino»…

M.Gu.

International Summer School di Filosofia e Politica sul tema “Religione e Democrazia”


L’associazione Luca Coscioni distribuisce la pillola del giorno dopo

23 Maggio, 2008
(Agenzia Radicale.it) Pillola del giorno dopo: all’Università ricette per tutti grazie all’Associazione Coscioni
Ricette per la pillola del giorno dopo a chiunque ne farà richiesta. Così l’Associazione Luca Coscioni da domani e per tutto il weekend si mobilita, allestendo nelle università, nelle scuole e nelle piazze italiane dei ‘tavoli di informazione sessuale’, dove saranno presenti medici disponibili a prescrivere il farmaco.Si Tratta di un’iniziativa assunta in occasione del trentennale della legge 194 che domani sarà presentata davanti alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, dal segretario dell’Associazione Marco Cappato e della ginecologa Mirella Parachini. Ai tavoli di informazione sessuale, allestiti in occasione dei trent’anni della legge 194, saranno offerti preservativi e saranno raccolte le firme per chiedere la commercializzazione della pillola del giorno dopo come farmaco da banco.

Da Gorizia a Palermo, da domani e per tutto il finesettimana, i tavoli saranno presenti nelle università, nelle scuole e nelle piazze della penisola. Da ieri il tavolo degli Studenti Coscioni è attivo all’università Luiss, dove la comunità studentesca si è mobilitata per la raccolta firme per l’abolizione della ricetta per la pillola del giorno dopo.

Il messaggio è chiaro: il reale strumento antiabortista non è l’obiezione, praticata da un numero di medici sempre maggiore, ma è la contraccezione. E proprio per incrementare la disponibilità dei contraccettivi gli Studenti dell’Associazione Luca Coscioni, oltre a offrire i preservativi ai tavoli, raccolgono le firme per la commercializzazione della pillola del giorno dopo come farmaco da banco, come avviene negli altri paesi europei e negli Stati Uniti. Più di venti medici hanno già dato la loro disponibilità a prescrivere la pillola del giorno dopo a chiunque ne farà richiesta. La ricetta “preventiva” diventa così lo strumento per la difesa del diritto a servirsi del contraccettivo di emergenza, senza incappare negli obiettori di coscienza.


23 Maggio, 2008

Sabato 24 maggio ore 11,30 presso hotel Plaza, viale stazione 36 a Mestre , conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa nazionale di Affermazione Civile, lanciata dall’Associazione Radicale Certi Diritti, volta a supportare legalmente tutte le coppie omosessuali che desiderano richiedere al loro comune la “pubblicazione degli atti” per la celebrazione del matrimonio. L’iniziativa porterà molte coppie gay a presentare contemporaneamente in vari comuni richiesta di pubblicazioni di nozze, con l’obiettivo di innescare i conseguenti atti amministrativi per impugnarli in giudizio con la collaborazione degli avvocati della Rete Lenford.
La forma di lotta ripropone una strada già percorsa in altre nazioni: Canada, Massachusetts e California. Allo stesso tempo è una assoluta novità nel panorama italiano.

Per illustrare l’iniziativa politica e legale interverranno:

- Francesco Bilotta Docente diritto privato Università di Udine e componente Rete Lenford
- Clara Comelli Presidente Associazione Certi Diritti
- Franco Fois componente Comitato Nazionale Radicali Italiani

Per ulteriroi informazioni contattare:
Franco Fois 3474192117

www.certidiritti.it


30 anni fa il si per l’aborto

22 Maggio, 2008

(L’Unità.it)

Trent’anni fa con una «seduta in Senato in un clima più disteso» si conclude la «lunga lotta» delle donne per l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Si «definitivo per l’aborto», titola l’Unità del 19 maggio 1978, il giorno seguente l’approvazione della legge 194. La nuova legge vedrà la luce il 22 maggio con la promulgazione del presidente della Repubblica, nonostante la richiesta del Comitato promotore del Referendum e il Movimento per la vita ne avessero chiesto fino all’ultimo il rinvio.

Con 160 voti favorevoli e 148 contrari, il 19 maggio vengono definitivamente abrogate le norme fasciste del codice Rocco che considerava l’aborto «delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe». Votano a favore della legge 194 comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, e indipendenti di sinistra. Votano contro «come previsto» Dc Svp, e i due tronconi dell’Msi.

Ma quello che si evince anche dall’articolo pubblicato il giorno seguente sull’Unità è che la vera novità sta nel clima più disteso che contraddistingue la votazione del Senato diversamente da quanto avvenuto nelle 36 ore di dibattito alla Camera. «In questo modo, dichiarava il vicepresidente del Senato Dario Valori – il Parlamento ha dato prova di grande senso di responsabilità e di grande impegno, affrontando e concludendo una materia assai delicata per evitare al Paese un traumatico scontro».

Iter extraparlamentare della 194
Ma non è certo un clima disteso quello che ha portato dopo sette anni di lotte extraparlamentari all’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Dalla prima manifestazione romana del 1971 in cui le donne del neo costituito Movimento per Liberazione della donna raccolgono firme per depenalizzare l’aborto, alla più vasta mobilitazione del 5 giugno 1973 contro il processo di Padova a Gigliola Pierobon per procurato aborto, le donne lottano perché la maternità diventi una scelta ma soprattutto perché l’aborto non sia più reato.

Iter parlamentare della legge
L’iter parlamentare della legge, invece, dimostra non soltanto l’arroccamento dei cattolici su posizioni “repressive” nei confronti delle donne, ma anche quanto la politica non fosse pronta ad accogliere le donne come soggetti lavorativi e non “riproduttivi”. A spiegarlo è un documento del Movimento per la Liberazione della donna divulgato in quei giorni che accusa la politica di considerare «l’aborto come infortunio sul lavoro». Solo l’11 febbraio del 1973, 5 anni prima dell’approvazione della 194, infatti, la prima proposta di depenalizzare l’aborto del deputato socialista Loris Fortuna, promotore anche della legge sul divorzio, non era passata al Senato e aveva raccolto solo 80 firme.

Ma ad aprire la strada alla legge 194 concorrono però nel corso degli anni vari fattori, non ultimo la sempre maggiore presa di coscienza delle donne e l’uscita allo scoperto dei casi di aborto clandestino.

Il dibattito si sposta così dalla scelta della maternità da parte delle donne alla salute femminile. Quello che le donne chiedono non è più soltanto la depenalizzazione per poter abortire senza essere considerate boia ma anche l’assistenza gratuita per mettere fine alle morti causate dagli aborti clandestini. Le donne si battono, insomma, perché l’intervento abortivo venga considerato alla stregua di ogni altra cura medica da assicurare a chi ne abbia bisogno. Poi, nel ‘75, fanno particolare scalpore gli arresti del segretario radicale Gianfranco Spadaccia, accusato di aver organizzato aborti clandestini in una clinica di Firenze, e delle militanti Adele Faccio e Emma Bonino, che si autodenunciano. Questa linea di autodenuncia viene sottoscritta poi dallo slogan che apre la manifestazione del 12 gennaio 1975 a Firenze che dice: «Fuori le donne che hanno abortito, dentro Fanfani e tutto il suo partito».

E a proposito di salute solo un mese dopo Firenze la Corte di Cassazione si pronuncia a favore dell’interruzione di gravidanza, non punibile come reato nel caso in cui la donna sia in pericolo di vita e invita il Parlamento a legiferare partendo dal principio che «non si può dare al concepito una prevalenza totale ed assoluta» rispetto al corpo della donna.

La strada all’abrogazione del codice Rocco in materia di aborto si fa più breve, dunque, ed è facile testarlo. Il 1974 si apre con la vittoria dei “no” al referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio. L’Italia sembra pronta a parlare di “diritti delle donne”. E nel 19 maggio del 1975 -con la legge 151 che riforma il diritto di famiglia -viene attuata l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.

Ma la vera partita si gioca il 14 aprile alla Camera. Solo un mese prima di quel dibattito disteso di cui parla l’Unità, infatti, Pci e Dc vengono accusati di scambiarsi voti e «massacrare la legge» in un clima tutt’altro che sereno. La Camera mette ai voti il testo della 194 dopo 36 ore di discussione.

Sarà Pietro Ingrao a convocare una seduta dei capigruppo e a trovare l’accordo con i Radicali. In cambio della fine del loro ostruzionismo Ingrao promette il referendum sul finanziamento pubblico cui verrà aggiunto il quesito di abrogazione della legge Reale sulle armi.

La 194 passa così con 308 voti favorevoli: quelli del Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e di un drappello di democristiani. Votano contro 275 deputati: quasi tutta la Dc, i Radicali, l’Msi, il Pdup-Dp.

Il testo
Ma il testo che esce dalla votazione non è più quello che si era iniziato a scrivere fin dal 1977 con l’impegno di una commissione parlamentare mista e trasversale. Ma il testo anche così presentato ottiene comunque la fiducia della Camera, dimostrando quel clima di “solidarietà nazionale” ritrovato dopo l’omicidio Moro.

Ma la legge scontenta tutti seppur nel clima di vittoria. La Dc viene accusata dal Vaticano per aver ritirato le clausole che definivano l’aborto un crimine. Le donne, soprattutto quelle dell’Udi gridano al massacro del testo così come loro l’avevano voluto soprattutto in tema di “libertà femminile” e di autodeterminazione. Il più criticato è l’articolo sull’obiezione di coscienza che permette ai medici che non siano d’accordo con la legge la possibilità di non applicarla.

Alessia Grossi


Cronache dall’altro mondo

21 Maggio, 2008


Ministro Carfagna: i gay pride non servono

20 Maggio, 2008

(La Stampa.it)

«Il patrocinio al Gay Pride? Non sono orientata a darlo. Non servono, i Gay Pride». È questa la posizione espressa dal ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna al Corriere della Sera. «Hanno obiettivi che non condivido. Io – spiega l’esponente del governo – sono pronta ad occuparmi di contrasto alle forme di discriminazione e di violenza. Sono pronta a dare patrocini a seminari e convegni che si occupano di questi problemi».

Ma sulle dichiarazioni della Carfagna è bufera. «Come fa la Carfagna a sostenere che non esistono discriminazioni sui luoghi di lavoro per le persone omosessuali?», si domanda il presidente nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso. «Come comunità omosessuale – attacca Mancuso – avremmo tanto bisogno di un ministro delle Pari Opportunità che sia al corrente del ruolo che ricopre. Invece, dalle prime uscite ufficiali come ministro di Mara Carfagna abbiamo sempre più l’impressione che non sappia dove si trova». «Saremmo tanto curiosi di sapere quali sono i gay che la Carfagna dice di conoscere e in quale mondo ella vive, perché ci pare che abbia una percezione della realtà del tutto distorta – aggiunge Mancuso -».

Arcigay chiede quindi un incontro alla Carfagna affinchè «il ministro possa emanciparsi dal ruolo di matrigna, distaccarsi dal mondo delle favole e ritornare tra i comuni mortali, che hanno bisogno di risposte concrete, non di consunte e provocatorie esternazioni sui giornali. Per questo sarebbe bene che un principe la baci e la svegli». Anche il giudizio del Pd sulla Carfagna è critico: «Il gaypride non è altro che una giornata di rivendicazione dei diritti delle persone omossessuali, credo che la ministra Carfagna farebbe bene a partecipare», suggerisce polemicamente al ministro per le Pari opportunità la sua collega del governo-ombra, la senatrice Vittoria Franco.

Sulla stessa linea il socialista Franco Grillini, leader storico di Arcigay, intervenuto ai microfoni di Ecotv: «Mi sembra che per il ministro Mara Carfagna sia più facile sparare a zero sul Gay Pride utilizzando i soliti pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni anzichè svolgere una positiva attività di governo». «Le sue sono solo due battutacce da bar – aggiunge Grillini – che confermano quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità». Apprezzamenti alla Carfagna giungono invece dall’Udc. Il deputato Luca Volontè è netto: «Le stravaganti connivenze politiche con i sindacati gay di sinistra sono finiteè una buona notizia. Nell’ultimo anno – aggiunge Volontè – oltre ai patrocini per sfilate e baccanali fuori stagione, abbiamo visto sponsorizzare dalle istituzioni pubbliche mostruosità blasfeme di ogni tipo».

(Il Giornale.it)

Il popolo omosessuale contro Mara Carfagna. Il neoministro per le Pari opportunità annuncia che non darà il patrocinio al Gay Pride nazionale, in programma a Bologna il 28 giugno, e contro di lei si scatena la moltitudine dei «diversamente orientati», più una nutrita rappresentanza dell’opposizione.

«L’omosessualità non è più un problema – dice la Carfagna al Corriere della Sera – oggi l’integrazione nella società esiste. I miei amici gay non mi descrivono una realtà così tetra nel nostro Paese, ma se l’unico obiettivo del Gay Pride è arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, non posso essere d’accordo. Sono pronta ad agire su casi concreti, però sono molti altri i problemi di pari opportunità: donne, disabili, anziani, bambini».

Una dichiarazione che dimostra, per il presidente nazionale di Arcigay, che il ministro vive «nel mondo delle favole». Aurelio Mancuso fa un mix di fiabe e paragona la Carfagna alla matrigna di Cenerentola, augurandosi «che un principe la baci e la svegli», come la Bella Addormentata. A questo punto, dice, Silvio Berlusconi deve chiarire la linea del governo. Le «battutacce da bar» del ministro, attacca il leader storico dell’Arcigay Franco Grillini, confermano «quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità». Manuela Palermi del Pdci accosta le discriminazioni dei gay ai campi nomadi bruciati e ammonisce: «il nazismo cominciò così». E Vladimir Luxuria, ex deputata indipendente del Prc, accusa la Carfagna di guidare «un ministero inutile che di fatto non ci rappresenta».

La titolare per le Pari opportunità reagisce, ribadendo al «signor Vladimiro Guadagno» che il suo ministero ha come priorità i problemi di chi «è veramente discriminato»: donne lavoratrici e madri, minori, anziani e portatori di handicap. E non si deve confondere «con l’ufficio stampa e propaganda del movimento lgbt». Dove la sigla sta per lesbiche, gay, bisex e transessuali. Luxuria non si arrende, e il botta e risposta prosegue: «Visto che sembra non vivere in questo mondo, la invito a scambiare innocenti effusioni sentimentali con un’altra donna in pubblico per rendersi conto che l’omosessualità continuerà a essere un problema finché è la società a crearci problemi». Barbara Pollastrini, che sedeva al posto della Carfagna nel governo Prodi, la avverte: «contrapporre diritto a diritto, dovere a dovere è quanto di più miope e ingannevole possa fare la politica».

Non sarà che la formula della kermesse dell’orgoglio omosex è vecchia e inefficace? Se lo chiede Antonio Mazzocchi, presidente dei Cristiano Riformisti del Pdl, a 8 anni dal World Gay Pride fatto a Roma, tra mille polemiche, nell’anno del Giubileo. «Non mi risulta che grazie a questo discutibile strumento siano stati risolti i problemi delle discriminazioni omofobiche. Sarà il caso di dare un’inversione di rotta e finanziare iniziative che si occupino realmente di combattere quelle violenze che colpiscono soprattutto la comunità glbt?». La sigla torna, ormai è nel lessico comune. Il Gay Pride è «una iniziativa censurabile, che non merita il patrocinio del ministero delle Pari opportunità»: concorda con la Carfagna Isabella Bertolini del Pdl. Opposto il parere di Vittoria Franco, ministro-ombra per le Pari opportunità del Pd: «Il Gay Pride non è altro che una giornata di rivendicazione dei diritti delle persone omosessuali, la Carfagna farebbe bene a partecipare». Dicendo no, per Fabio Evangelisti dell’Idv, «in un sol colpo è riuscita a sconfessare il mandato del proprio ministero e i propositi della propria formazione politica». Ma anche nel Pd c’è chi, come Marco Follini, ha qualche dubbio: «Il Gay Pride è un diritto degli omosessuali ma il patrocinio non è un dovere del governo». Dal suo ex partito, l’Udc, Luca Volontè giudica «stravaganti critiche di sinistra e gay contro la corretta decisione» della Carfagna e le perplessità anche del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sul «Pride carnevalesco».

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La legge 40 viola i diritti civili fondamentali

19 Maggio, 2008

(L’Unità.it)

I figli della provetta in Italia sono ancora pochi rispetto a quelli del resto dei Paesi europei, a confermarlo sono i dati contenuti nella relazione 2007 del ministero della Salute in merito alla legge 40 sulla procreazione assistita depositata in Parlamento. Nel 2006, infatti, sono stati 7507 e le coppie che si sono affidate alle tecniche di procreazione medica assistita nei 342 centri sono state 52.206.

In sostanza, spiega ancora Livia Turco nella premessa alla Relazione, «le percentuali di gravidanze ottenute nel 2006 sono perfettamente sovrapponibili a quelle dell’anno precedente denotando comunque un mancato incremento atteso nelle percentuali di gravidanze come invece si registra in tutti gli altri paesi europei».

In particolare, con le tecniche sono state ottenute nel 2006 circa 10 mila gravidanze, di queste ne sono state perse duemila e cinquecento nel corso del cosiddetto follow up della gestazione. Tanti i parti plurimi: oltre il 18 per cento quelli gemellari e più del 3 per cento quelli trigemini soprattutto tra le più giovani. Una percentuale rilevante che, afferma l’ex ministro della Salute, Livia Turco, nella premessa, «conferma le riflessioni critiche relative al dettato di legge, che si affidano al dibattito istituzionale e scientifico». Secondo quanto scritto nella discussione finale della Relazione, infatti, «l’analisi dei dati rileva come in più della metà dei trasferimenti effettuati, vengano utilizzati tre embrioni». Questo, si legge ancora, «aumenta il rischio di gravidanze gemellari, soprattutto su pazienti di giovane età».

In generale, dalla fotografia scattata nella Relazione, risulta inoltre che sono stati trattati con la tecnica di inseminazione semplice 18.431 coppie e sono stati iniziati 29.901 cicli. Le gravidanze ottenute sono state 3.203, di queste ne sono state perse al follow up 907; delle 2296 gravidanze monitorate sono nati vivi 1999 bambini.

Relativamente alle tecniche di secondo e terzo livello e cioè tecniche più sofisticate a fresco e da scongelamento in 202 centri di Pma (procreazione medicalmente assistita) sono stati trattate 30274 coppie e iniziati 36.912 cicli. In questo modo sono state ottenute 6.962 gravidanze e di queste ne sono state perse al follow up 1498. Delle 5.464 gravidanze monitorate sono nati vivi 5218 bambini.

Negli stessi 202 centri di Pma sono stati trattati con tecniche da scongelamento 3501 coppie e sono stati iniziati 3882 scongelamenti. Sono state ottenute 443 gravidanze, di queste ne sono state perse 95. Dalle 348 gravidanze monitorate sono nati vivi 290 bambini.

«È il fallimento della legge 40», afferma Filomena Gallo, Presidente dell’Associazione Amica Cicogna e Vice Segretario Associazione Concioni. Questi dati «non sono una sorpresa perché sovrapponibili alla precedente relazione del 2007, quindi ancora con un perdita di nati cospicua rispetto al 2003 (lo scorso anno la perdita era di 1.041 rispetto al 2003). Le tecnologie migliorano all’estero, dove ci sono più gravidanze con meno tentativi, mentre qui ad aumentare sono solo le gravidanze gemellari che danno rischi per la salute – afferma Gallo. Questa legge all’articolo uno sostiene di voler tutelare la salute di tutti i soggetti della procreazione, ma di fatto non lo fa. Lo testimonia il numero di parti trigemini, che notoriamente hanno un’alta probabilità di aborto spontaneo e il 20 per cento di nati disabili». Secondo Gallo sarebbe auspicabile una modifica della legge in senso contrario a quello richiesto da alcuni esponenti della maggioranza in questi giorni: «Noi speriamo che riprenda il dibattito, anche se questa è la stessa maggioranza che ha emanato la legge e c’è poco da sperare».

A difendere la legge 40 così com’era nel 2004, quando venne emanata dal precedente governo Berlusconi era stato nei giorni scorsi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi che appena nominato già aveva promesso di cambiare le nuove linee guida sulla legge 40 per la procreazione medicalmente assistita, emanate dall’ex ministro Livia Turco e la cui principale novità è rappresentata proprio dalla possibilità di effettuare la diagnosi reimpianto sull’embrione. Le nuove direttive, emanate il 30 aprile 2008 a soli quindici giorni di vita già rischiano quindi di essere messe in soffitta. «Le cambieremo», promette infatti Giovanardi. «La volontà di questa maggioranza -ha dichiarato giovedì il sottosegretario a margine di un convegno – è di cambiare la circolare della Turco che in quanto circolare non può modificare una cosa che il Parlamento italiano ha approvato e un referendum popolare ha confermato».

Pronta la replica di Livia Turco. «Quella che lui chiama una circolare – puntualizza – è solo l’applicazione scrupolosa dell’articolo 7 della legge 40. Un sottosegretario oltre ad applicare la legge, deve tenere conto dei pronunciamenti dei giudici e la sentenza del Tar del Lazio non mi pare uno scherzo». La sentenza alla quale si fa riferimento è quella in cui parte delle vecchie linee guida, emanate dal ministro Sirchia, venivano annullate per eccesso di potere. La parte contestata dai giudici amministrativi è stata, in particolare, quella in cui si vieta la diagnosi preimpianto degli embrioni, divieto appunto cancellato dalle linee guida. Fermo restando che la stessa legge 40 – così come scritto nel testo di emanazione delle nuove linee guida sul sito del ministero – prevede che ogni tre anni si «aggiornino le linee guida in rapporto all’evoluzione tecnico scientifica».

Ma a voler sfuggire alla stessa legge Giovanardi non è solo. Ad appoggiarlo anche il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella secondo la quale le linee guida che interpretano «con grande forzatura» la legge 40 «andrebbero sospese». La stessa Rocella commenta, infatti, positivamente i dati della Relazione del ministero. «Sono buoni i risultati di una legge troppo criticata. E dai dati presentati la Roccella deduce anzitutto «quanto la propaganda contro questa legge sia stata ideologica e strumentale». In particolare, il sottosegretario accoglie positivamente i dati circa le «complicanze per iperstimolazione ovarica: dai 670 casi del 2005 ai 161 del 2006. I dati della Relazione, poi, andrebbero letti in modo positivo -secondo Rocella – soprattutto rispetto alla lieve inflessione degli esiti negativi delle gravidanze (aborti spontanei, tardivi, morti intrauterine, gravidanze ectopiche): 24,9% nel 2006 contro il 26,4% del 2005». Le tendenze preoccupanti semmai sono altre – afferma il sottosegretario al Welfare e sono tutte da attribuire «all’aumento l’età media delle donne che accedono alle tecniche di fecondazione: il 62,1% delle pazienti che inizia il trattamento ha oggi un’età superiore ai 34 anni, rispetto al 60,7% dell’anno precedente. E, in particolare – si legge nel comunicato della Rocella nel 2006 il 24 per cento dei cicli è effettuato da donne in età maggiore o uguale ai 40 anni, mentre nel 2005 questo dato era pari al 20,7 per cento». Quello che preoccupa la Rocella quindi è la preoccupante tendenza a uno slittamento della maternità ad un’età sempre più avanzata. Insomma, per il sottosegretario al Welfare il problema è delle donne, non della legge.

Non è una colpa volere un figlio dopo i 35 anni «e che in Italia le donne entrano sempre più tardi nel
mondo del lavoro, guadagnano di meno, e lavorano in condizioni pessime» è la risposta di Filomena Gallo alle dichiarazioni della Rocella. Secondo la Gallo, infatti, le donne devono inoltre «dividersi tra famiglia e lavoro per assenza di servizi, aiuti alle famiglie sul modello francese o tedesco, congedi parentali reali per entrambi i genitori come già avviene nel resto dei paesi dell’Ue, interventi che però sembrano non realizzabili nel nostro Paese dove invece le donne sono incaricate di colmare il vuoto del welfare» conclude.

Intanto, le associazioni dei pazienti con problemi di sterilità assicurano battaglia, avverte la presidente di “Amica cicogna”. «Milioni di coppie torneranno dinanzi ai tribunali se il governo modificherà le linee guida andando a modificare il punto relativo alla possibilità di effettuare la diagnosi preimpianto sull’embrione».

E per Pia Ferretti del Comitato Direttivo del Registro Europeo che raccoglie i dati sulla fecondazione assistita «i dati del registro 2007 sulla procreazione medicalmente assistita diffusi ieri dal ministero della Salute confermano i limiti della legge 40. «In Europa – dice la Ferretti- ogni anno si registra un lento ma costante aumento delle percentuali di successo e la incidenza di gravidanze trigemine è da anni ridotta quasi allo 0%. In Italia, dal 2004 non si è più registrato alcun miglioramento e la percentuale di gravidanze trigemine continua ad essere oltre il 3%. Sono chiaramente i limiti imposti dalla legge ad impedire la evoluzione della Pma verso quella che da ogni parte è considerata l’ottimizzazione della fecondazione assistita: aumento della efficacia con una particolare attenzione alla riduzione dei rischi per la salute delle donne e dei futuri nascituri».

Insomma -conclude l’esperta «a 4 anni dalla approvazione della Legge 40 non è più possibile affermare che quanto succede in Italia è un caso. Possibile che nessuno di coloro che continuano ad affermare di volere difendere i diritti civili fondamentali dei cittadini si ponga il problema di come questi diritti vengano quotidianamente violati dalla applicazione della Legge 40?».

Alessia Grossi


Il Papa in Liguria accolto dal pride laico

18 Maggio, 2008

(genova.repubblica.it)

Pride laico Genova

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A volte ritornano…

16 Maggio, 2008

(Adnkronos) – La volontà del Governo è quella di cambiare le linee guida alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Lo assicura il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, intervenuto questo pomeriggio a Roma alla Giornata internazionale della famiglia 2008, organizzata dal Forum delle Associazioni familiari. “Il precedente Governo di centrodestra e la maggioranza parlamentare nel 2004 hanno approvato la legge 40 che – ricorda Giovanardi – è stata poi confermata dal referendum, quindi la volontà di questa maggioranza è quella di cambiare la circolare dell’ex ministro della Salute Livia Turco che non può, in quanto circolare, modificare la volontà del Parlamento italiano. Siamo – prosegue – in uno Stato di diritto, quindi decide il parlamento sovrano”.

Ricreare il dipartimento sulle tossicodipendenze smantellato due anni fa. Questa la dichiarazione di intenti del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, intervenuto questo pomeriggio a Roma alla ‘Giornata della Famiglia 2008′, organizzata dal Forum delle Associazioni familiari.


Laici rassegnati all’egemonia dei cattolici?

15 Maggio, 2008

(L’opinione) Quando relativismo è sinonimo di tolleranza. Rispondendo a un lettore nella rubrica delleSergio Romano lettere sul Corriere della Sera di sabato scorso, Sergio Romano divaga per quattro colonne su Gianfranco Fini, sul suo percorso politico, sul discorso di insediamento alla Presidenza della Camera e altro ancora. Solo alla fine, nelle ultime 5 righe, è costretto infine a rispondere alla domanda che il lettore gli aveva posto. Il signor Lucio Scenna, insegnante di storia e filosofia in un liceo di Pescara, lamenta il fatto di essere considerato un cittadino “pericoloso per la libertà” in quanto sostenitore del “relativismo etico”. L’ambasciatore Romano, con l’abilità maturata in tanti anni di carriera diplomatica, “osserva semplicemente” che il relativismo culturale, per quanto lo concerne, si chiama “tolleranza”.

Ma come, osserva semplicemente ? Come sarebbe a dire, tolleranza ? Se davvero le cose stanno così, ciò significa che gli avversari del relativismo sono i fautori dell’intolleranza. E’ proprio questo il pensiero di Sergio Romano ? Se egli, commentatore di ispirazione laica e liberale, davvero lo crede, dovrebbe scriverlo non nella rubrica delle lettere (in posizione quasi invisibile) bensì negli editoriali di prima pagina. Per essere coraggioso e coerente, Romano dovrebbe respingere con forza i quotidiani attacchi di Papa Benedetto XVI al relativismo, quali pericolosi semi di intolleranza gettati ogni giorno nella società italiana. Altro che “indiscussa autorità spirituale dell’Occidente”, altro che “guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano”, come lo ha definito Fini.

Se invece Romano si limita a confinare in poche righe la sua opinione su una delle questioni culturali cruciali del nostro tempo, evidentemente una ragione c’è. Essa consiste nell’estrema timidezza del pensiero laico e liberale in Italia, ma soprattutto nella sua debolezza politica.

“Laici in ginocchio” è il felice titolo di un saggio di Carlo Augusto Viano, che descrive assai bene questa attitudine di una gran parte della nostra classe dirigente, anche di sinistra, subalterna alle gerarchie vaticane innanzitutto per mentalità, ancor prima che per fede religiosa. Non solo i cattolici liberali e i cattolici democratici sono sempre più rari: anche buona parte della cultura laica sembra rassegnata all’egemonia dei religiosi sulla vita pubblica nazionale. Le eccezioni sono pochissime.

Non è male ricordare che la legge sul divorzio portava anche la firma di un liberale, Antonio Baslini, che era solito raccontare divertito delle pressioni iniziali provenienti da Malagodi e dai suoi, affinché desistesse dai suoi insani propositi. I nostri elettori milanesi sono tutti cattolici, dicevano, non sarai più rieletto deputato. Il divorzio favorirà “i comunisti”. Ma Baslini non si lasciò intimidire. Ecco: del coraggio e della coerenza di un liberale come Antonio Baslini vi sarebbe un gran bisogno oggi nella politica italiana. Ma nell’attuale classe dirigente non ve ne è quasi traccia.

Alessandro Litta Modignani


Il Vaticano crede anche agli E.T.

14 Maggio, 2008

(Repubblica.it) E’ possibile credere in Dio e negli extraterrestri” e “si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione e nella redenzione. Lo afferma il direttore della Specola Vaticana, padre Josè Gabriel Funes, in una intervista all’0sservatore romano.

Anche se molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo, rimarca Funes nell’intervista, è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra – aggiunge - che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio.

Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, – afferma padre Funes – così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con San Francesco, se consideriamo le creature terrene come ‘fratello’ e ’sorella’, perché non potremmo parlare anche di un ‘fratello extraterrestre’? Farebbe parte comunque della creazione.

A proposito dei problemi che altri mondi porrebbero al concetto di redenzione, l’astronomo osserva che se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore. E se questi extraterrestri fossero peccatori? Gesù – osserva il gesuita – si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.


Radio Vaticana – elettrosmog: la telenovela continua…

14 Maggio, 2008

radiovaticana logo

(Adnkronos) – Vanno annullate le assoluzioni accordate in appello a padre Pasquale Borgomeo e a padre Roberto Tucci per getto pericoloso di cose in relazione all’emissione nociva di onde elettromagnetiche proveniente dagli impianti di Radio Vaticana a Santa Maria di Galeria nella Capitale. A chiedere di annullare il verdetto della Corte d’Appello di Roma dello scorso 4 giugno e’ stato il sostituto procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna, ai giudici della III sezione penale che oggi dovranno decidere sul ricorso presentato dalla Procura di Roma, da alcune associazioni ambientaliste e dalle famiglie interessate dalle emissioni di Radio Vaticana.

Radio Vaticana commenta in modo critico la sentenza della Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dalla Procura Generale della Repubblica e dalle Parti civili contro la sentenza della Corte di Appello di Roma del 4 giugno 2007 che aveva assolto, in secondo grado, alcuni dirigenti della Radio Vaticana dal reato di ”getto pericoloso di cose” in conseguenza delle emissioni elettromagnetiche del Centro Trasmittente di Santa Maria di Galeria. ”Rimandando una valutazione piu’ approfondita della decisione della Suprema Corte alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza -si legge in un comunicato diffuso nella serata di oggi- la Direzione della Radio esprime rincrescimento per questa decisione, che si inserisce all’interno di una vicenda processale lunga e tormentata e che ha visto l’Emittente pontificia oggetto di accuse ingiuste”. ”La Radio Vaticana -si legge ancora- si propone comunque di far valere le proprie ragioni nelle prossime fasi del giudizio, tramite i propri difensori”.


Avvenire: spiazzante la nomina di Capezzone a portavoce di Forza Italia

13 Maggio, 2008

(Corriere della Sera.it) Dura presa di posizione del quotidiano dei vescovi, L’Avvenire, contro la nomina, da parte del coordinatore di FI, Denis Verdini, di Daniele Capezzone a portavoce di Forza Italia. L’ex esponente radicale viene descritto come «impegnatissimo in una lotta senza quartiere contro la legge 40» e poi si sottolinea: «Il partito azzurro, proprio mentre si avvia a confluire nel PdL, si ritrova a mostrare di colpo un volto (Verdini) e una voce (Capezzone) inediti, inattesi e, su un piano politico-culturale, spiazzanti. Scelte che, anche alla luce delle ultime analisi sui flussi di voto, appaiono ostentatamente diverse e dissonanti rispetto alle convinzioni di tantissimi elettori, soprattutto cattolici, della prima forza del centrodestra. È davvero strano. E, fino a prova contraria, è allarmante».