Appello per il diritto alla libertà di cura

13 Gennaio, 2009

Rispettiamo l’Articolo 32 della Costituzione

Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull’onda emotiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.

Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell’orientamento generale degli italiani.

Rivendichiamo l’indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.

Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l’integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.

Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.

Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.

Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.

Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.

Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.

Primi Firmatari

Ignazio Marino, chirurgo e senatore
Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio
Corrado Augias, scrittore
Bianca Berlinguer, giornalista
Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo
Maurizio Costanzo, giornalista
Guglielmo Epifani, Segretario Generale CGIL
Paolo Franchi, giornalista
Silvio Garattini, scienziato, farmacologo
Massimo Giannini, giornalista
Franzo Grande Stevens, avvocato
Marcello Lippi, Commissario tecnico della Nazionale italiana
Luciana Littizzetto, attrice e cabarettista
Alessandra Kustermann, medico, ginecologa
Miriam Mafai, giornalista e scrittrice
Vito Mancuso, teologo
Erminia Manfredi, regista
Simona Marchini, attrice e autrice
Rita Levi Montalcini, premio Nobel
Giuseppe Remuzzi, scienziato, immunologo
Stefano Rodotà, giurista
Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica
Umberto Veronesi, oncologo
Mina Welby, delegato municipale ai diritti civili
Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale

http://testamentobiologico.ilcannocchiale.it/


La Corte d’appello civile di Milano autorizza il padre Beppino Englaro a sospendere il trattamento che tiene in vita la figlia, in coma da 16 anni

9 Luglio, 2008

Ciao

Eluana


L’associazione Luca Coscioni distribuisce la pillola del giorno dopo

23 Maggio, 2008
(Agenzia Radicale.it) Pillola del giorno dopo: all’Università ricette per tutti grazie all’Associazione Coscioni
Ricette per la pillola del giorno dopo a chiunque ne farà richiesta. Così l’Associazione Luca Coscioni da domani e per tutto il weekend si mobilita, allestendo nelle università, nelle scuole e nelle piazze italiane dei ‘tavoli di informazione sessuale’, dove saranno presenti medici disponibili a prescrivere il farmaco.Si Tratta di un’iniziativa assunta in occasione del trentennale della legge 194 che domani sarà presentata davanti alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, dal segretario dell’Associazione Marco Cappato e della ginecologa Mirella Parachini. Ai tavoli di informazione sessuale, allestiti in occasione dei trent’anni della legge 194, saranno offerti preservativi e saranno raccolte le firme per chiedere la commercializzazione della pillola del giorno dopo come farmaco da banco.

Da Gorizia a Palermo, da domani e per tutto il finesettimana, i tavoli saranno presenti nelle università, nelle scuole e nelle piazze della penisola. Da ieri il tavolo degli Studenti Coscioni è attivo all’università Luiss, dove la comunità studentesca si è mobilitata per la raccolta firme per l’abolizione della ricetta per la pillola del giorno dopo.

Il messaggio è chiaro: il reale strumento antiabortista non è l’obiezione, praticata da un numero di medici sempre maggiore, ma è la contraccezione. E proprio per incrementare la disponibilità dei contraccettivi gli Studenti dell’Associazione Luca Coscioni, oltre a offrire i preservativi ai tavoli, raccolgono le firme per la commercializzazione della pillola del giorno dopo come farmaco da banco, come avviene negli altri paesi europei e negli Stati Uniti. Più di venti medici hanno già dato la loro disponibilità a prescrivere la pillola del giorno dopo a chiunque ne farà richiesta. La ricetta “preventiva” diventa così lo strumento per la difesa del diritto a servirsi del contraccettivo di emergenza, senza incappare negli obiettori di coscienza.


23 Maggio, 2008

Sabato 24 maggio ore 11,30 presso hotel Plaza, viale stazione 36 a Mestre , conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa nazionale di Affermazione Civile, lanciata dall’Associazione Radicale Certi Diritti, volta a supportare legalmente tutte le coppie omosessuali che desiderano richiedere al loro comune la “pubblicazione degli atti” per la celebrazione del matrimonio. L’iniziativa porterà molte coppie gay a presentare contemporaneamente in vari comuni richiesta di pubblicazioni di nozze, con l’obiettivo di innescare i conseguenti atti amministrativi per impugnarli in giudizio con la collaborazione degli avvocati della Rete Lenford.
La forma di lotta ripropone una strada già percorsa in altre nazioni: Canada, Massachusetts e California. Allo stesso tempo è una assoluta novità nel panorama italiano.

Per illustrare l’iniziativa politica e legale interverranno:

- Francesco Bilotta Docente diritto privato Università di Udine e componente Rete Lenford
- Clara Comelli Presidente Associazione Certi Diritti
- Franco Fois componente Comitato Nazionale Radicali Italiani

Per ulteriroi informazioni contattare:
Franco Fois 3474192117

www.certidiritti.it


30 anni fa il si per l’aborto

22 Maggio, 2008

(L’Unità.it)

Trent’anni fa con una «seduta in Senato in un clima più disteso» si conclude la «lunga lotta» delle donne per l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Si «definitivo per l’aborto», titola l’Unità del 19 maggio 1978, il giorno seguente l’approvazione della legge 194. La nuova legge vedrà la luce il 22 maggio con la promulgazione del presidente della Repubblica, nonostante la richiesta del Comitato promotore del Referendum e il Movimento per la vita ne avessero chiesto fino all’ultimo il rinvio.

Con 160 voti favorevoli e 148 contrari, il 19 maggio vengono definitivamente abrogate le norme fasciste del codice Rocco che considerava l’aborto «delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe». Votano a favore della legge 194 comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, e indipendenti di sinistra. Votano contro «come previsto» Dc Svp, e i due tronconi dell’Msi.

Ma quello che si evince anche dall’articolo pubblicato il giorno seguente sull’Unità è che la vera novità sta nel clima più disteso che contraddistingue la votazione del Senato diversamente da quanto avvenuto nelle 36 ore di dibattito alla Camera. «In questo modo, dichiarava il vicepresidente del Senato Dario Valori – il Parlamento ha dato prova di grande senso di responsabilità e di grande impegno, affrontando e concludendo una materia assai delicata per evitare al Paese un traumatico scontro».

Iter extraparlamentare della 194
Ma non è certo un clima disteso quello che ha portato dopo sette anni di lotte extraparlamentari all’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Dalla prima manifestazione romana del 1971 in cui le donne del neo costituito Movimento per Liberazione della donna raccolgono firme per depenalizzare l’aborto, alla più vasta mobilitazione del 5 giugno 1973 contro il processo di Padova a Gigliola Pierobon per procurato aborto, le donne lottano perché la maternità diventi una scelta ma soprattutto perché l’aborto non sia più reato.

Iter parlamentare della legge
L’iter parlamentare della legge, invece, dimostra non soltanto l’arroccamento dei cattolici su posizioni “repressive” nei confronti delle donne, ma anche quanto la politica non fosse pronta ad accogliere le donne come soggetti lavorativi e non “riproduttivi”. A spiegarlo è un documento del Movimento per la Liberazione della donna divulgato in quei giorni che accusa la politica di considerare «l’aborto come infortunio sul lavoro». Solo l’11 febbraio del 1973, 5 anni prima dell’approvazione della 194, infatti, la prima proposta di depenalizzare l’aborto del deputato socialista Loris Fortuna, promotore anche della legge sul divorzio, non era passata al Senato e aveva raccolto solo 80 firme.

Ma ad aprire la strada alla legge 194 concorrono però nel corso degli anni vari fattori, non ultimo la sempre maggiore presa di coscienza delle donne e l’uscita allo scoperto dei casi di aborto clandestino.

Il dibattito si sposta così dalla scelta della maternità da parte delle donne alla salute femminile. Quello che le donne chiedono non è più soltanto la depenalizzazione per poter abortire senza essere considerate boia ma anche l’assistenza gratuita per mettere fine alle morti causate dagli aborti clandestini. Le donne si battono, insomma, perché l’intervento abortivo venga considerato alla stregua di ogni altra cura medica da assicurare a chi ne abbia bisogno. Poi, nel ‘75, fanno particolare scalpore gli arresti del segretario radicale Gianfranco Spadaccia, accusato di aver organizzato aborti clandestini in una clinica di Firenze, e delle militanti Adele Faccio e Emma Bonino, che si autodenunciano. Questa linea di autodenuncia viene sottoscritta poi dallo slogan che apre la manifestazione del 12 gennaio 1975 a Firenze che dice: «Fuori le donne che hanno abortito, dentro Fanfani e tutto il suo partito».

E a proposito di salute solo un mese dopo Firenze la Corte di Cassazione si pronuncia a favore dell’interruzione di gravidanza, non punibile come reato nel caso in cui la donna sia in pericolo di vita e invita il Parlamento a legiferare partendo dal principio che «non si può dare al concepito una prevalenza totale ed assoluta» rispetto al corpo della donna.

La strada all’abrogazione del codice Rocco in materia di aborto si fa più breve, dunque, ed è facile testarlo. Il 1974 si apre con la vittoria dei “no” al referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio. L’Italia sembra pronta a parlare di “diritti delle donne”. E nel 19 maggio del 1975 -con la legge 151 che riforma il diritto di famiglia -viene attuata l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.

Ma la vera partita si gioca il 14 aprile alla Camera. Solo un mese prima di quel dibattito disteso di cui parla l’Unità, infatti, Pci e Dc vengono accusati di scambiarsi voti e «massacrare la legge» in un clima tutt’altro che sereno. La Camera mette ai voti il testo della 194 dopo 36 ore di discussione.

Sarà Pietro Ingrao a convocare una seduta dei capigruppo e a trovare l’accordo con i Radicali. In cambio della fine del loro ostruzionismo Ingrao promette il referendum sul finanziamento pubblico cui verrà aggiunto il quesito di abrogazione della legge Reale sulle armi.

La 194 passa così con 308 voti favorevoli: quelli del Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e di un drappello di democristiani. Votano contro 275 deputati: quasi tutta la Dc, i Radicali, l’Msi, il Pdup-Dp.

Il testo
Ma il testo che esce dalla votazione non è più quello che si era iniziato a scrivere fin dal 1977 con l’impegno di una commissione parlamentare mista e trasversale. Ma il testo anche così presentato ottiene comunque la fiducia della Camera, dimostrando quel clima di “solidarietà nazionale” ritrovato dopo l’omicidio Moro.

Ma la legge scontenta tutti seppur nel clima di vittoria. La Dc viene accusata dal Vaticano per aver ritirato le clausole che definivano l’aborto un crimine. Le donne, soprattutto quelle dell’Udi gridano al massacro del testo così come loro l’avevano voluto soprattutto in tema di “libertà femminile” e di autodeterminazione. Il più criticato è l’articolo sull’obiezione di coscienza che permette ai medici che non siano d’accordo con la legge la possibilità di non applicarla.

Alessia Grossi


Ministro Carfagna: i gay pride non servono

20 Maggio, 2008

(La Stampa.it)

«Il patrocinio al Gay Pride? Non sono orientata a darlo. Non servono, i Gay Pride». È questa la posizione espressa dal ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna al Corriere della Sera. «Hanno obiettivi che non condivido. Io – spiega l’esponente del governo – sono pronta ad occuparmi di contrasto alle forme di discriminazione e di violenza. Sono pronta a dare patrocini a seminari e convegni che si occupano di questi problemi».

Ma sulle dichiarazioni della Carfagna è bufera. «Come fa la Carfagna a sostenere che non esistono discriminazioni sui luoghi di lavoro per le persone omosessuali?», si domanda il presidente nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso. «Come comunità omosessuale – attacca Mancuso – avremmo tanto bisogno di un ministro delle Pari Opportunità che sia al corrente del ruolo che ricopre. Invece, dalle prime uscite ufficiali come ministro di Mara Carfagna abbiamo sempre più l’impressione che non sappia dove si trova». «Saremmo tanto curiosi di sapere quali sono i gay che la Carfagna dice di conoscere e in quale mondo ella vive, perché ci pare che abbia una percezione della realtà del tutto distorta – aggiunge Mancuso -».

Arcigay chiede quindi un incontro alla Carfagna affinchè «il ministro possa emanciparsi dal ruolo di matrigna, distaccarsi dal mondo delle favole e ritornare tra i comuni mortali, che hanno bisogno di risposte concrete, non di consunte e provocatorie esternazioni sui giornali. Per questo sarebbe bene che un principe la baci e la svegli». Anche il giudizio del Pd sulla Carfagna è critico: «Il gaypride non è altro che una giornata di rivendicazione dei diritti delle persone omossessuali, credo che la ministra Carfagna farebbe bene a partecipare», suggerisce polemicamente al ministro per le Pari opportunità la sua collega del governo-ombra, la senatrice Vittoria Franco.

Sulla stessa linea il socialista Franco Grillini, leader storico di Arcigay, intervenuto ai microfoni di Ecotv: «Mi sembra che per il ministro Mara Carfagna sia più facile sparare a zero sul Gay Pride utilizzando i soliti pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni anzichè svolgere una positiva attività di governo». «Le sue sono solo due battutacce da bar – aggiunge Grillini – che confermano quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità». Apprezzamenti alla Carfagna giungono invece dall’Udc. Il deputato Luca Volontè è netto: «Le stravaganti connivenze politiche con i sindacati gay di sinistra sono finiteè una buona notizia. Nell’ultimo anno – aggiunge Volontè – oltre ai patrocini per sfilate e baccanali fuori stagione, abbiamo visto sponsorizzare dalle istituzioni pubbliche mostruosità blasfeme di ogni tipo».

(Il Giornale.it)

Il popolo omosessuale contro Mara Carfagna. Il neoministro per le Pari opportunità annuncia che non darà il patrocinio al Gay Pride nazionale, in programma a Bologna il 28 giugno, e contro di lei si scatena la moltitudine dei «diversamente orientati», più una nutrita rappresentanza dell’opposizione.

«L’omosessualità non è più un problema – dice la Carfagna al Corriere della Sera – oggi l’integrazione nella società esiste. I miei amici gay non mi descrivono una realtà così tetra nel nostro Paese, ma se l’unico obiettivo del Gay Pride è arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, non posso essere d’accordo. Sono pronta ad agire su casi concreti, però sono molti altri i problemi di pari opportunità: donne, disabili, anziani, bambini».

Una dichiarazione che dimostra, per il presidente nazionale di Arcigay, che il ministro vive «nel mondo delle favole». Aurelio Mancuso fa un mix di fiabe e paragona la Carfagna alla matrigna di Cenerentola, augurandosi «che un principe la baci e la svegli», come la Bella Addormentata. A questo punto, dice, Silvio Berlusconi deve chiarire la linea del governo. Le «battutacce da bar» del ministro, attacca il leader storico dell’Arcigay Franco Grillini, confermano «quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità». Manuela Palermi del Pdci accosta le discriminazioni dei gay ai campi nomadi bruciati e ammonisce: «il nazismo cominciò così». E Vladimir Luxuria, ex deputata indipendente del Prc, accusa la Carfagna di guidare «un ministero inutile che di fatto non ci rappresenta».

La titolare per le Pari opportunità reagisce, ribadendo al «signor Vladimiro Guadagno» che il suo ministero ha come priorità i problemi di chi «è veramente discriminato»: donne lavoratrici e madri, minori, anziani e portatori di handicap. E non si deve confondere «con l’ufficio stampa e propaganda del movimento lgbt». Dove la sigla sta per lesbiche, gay, bisex e transessuali. Luxuria non si arrende, e il botta e risposta prosegue: «Visto che sembra non vivere in questo mondo, la invito a scambiare innocenti effusioni sentimentali con un’altra donna in pubblico per rendersi conto che l’omosessualità continuerà a essere un problema finché è la società a crearci problemi». Barbara Pollastrini, che sedeva al posto della Carfagna nel governo Prodi, la avverte: «contrapporre diritto a diritto, dovere a dovere è quanto di più miope e ingannevole possa fare la politica».

Non sarà che la formula della kermesse dell’orgoglio omosex è vecchia e inefficace? Se lo chiede Antonio Mazzocchi, presidente dei Cristiano Riformisti del Pdl, a 8 anni dal World Gay Pride fatto a Roma, tra mille polemiche, nell’anno del Giubileo. «Non mi risulta che grazie a questo discutibile strumento siano stati risolti i problemi delle discriminazioni omofobiche. Sarà il caso di dare un’inversione di rotta e finanziare iniziative che si occupino realmente di combattere quelle violenze che colpiscono soprattutto la comunità glbt?». La sigla torna, ormai è nel lessico comune. Il Gay Pride è «una iniziativa censurabile, che non merita il patrocinio del ministero delle Pari opportunità»: concorda con la Carfagna Isabella Bertolini del Pdl. Opposto il parere di Vittoria Franco, ministro-ombra per le Pari opportunità del Pd: «Il Gay Pride non è altro che una giornata di rivendicazione dei diritti delle persone omosessuali, la Carfagna farebbe bene a partecipare». Dicendo no, per Fabio Evangelisti dell’Idv, «in un sol colpo è riuscita a sconfessare il mandato del proprio ministero e i propositi della propria formazione politica». Ma anche nel Pd c’è chi, come Marco Follini, ha qualche dubbio: «Il Gay Pride è un diritto degli omosessuali ma il patrocinio non è un dovere del governo». Dal suo ex partito, l’Udc, Luca Volontè giudica «stravaganti critiche di sinistra e gay contro la corretta decisione» della Carfagna e le perplessità anche del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sul «Pride carnevalesco».

LINK:

http://www.bolognapride.it/categories/news/


La legge 40 viola i diritti civili fondamentali

19 Maggio, 2008

(L’Unità.it)

I figli della provetta in Italia sono ancora pochi rispetto a quelli del resto dei Paesi europei, a confermarlo sono i dati contenuti nella relazione 2007 del ministero della Salute in merito alla legge 40 sulla procreazione assistita depositata in Parlamento. Nel 2006, infatti, sono stati 7507 e le coppie che si sono affidate alle tecniche di procreazione medica assistita nei 342 centri sono state 52.206.

In sostanza, spiega ancora Livia Turco nella premessa alla Relazione, «le percentuali di gravidanze ottenute nel 2006 sono perfettamente sovrapponibili a quelle dell’anno precedente denotando comunque un mancato incremento atteso nelle percentuali di gravidanze come invece si registra in tutti gli altri paesi europei».

In particolare, con le tecniche sono state ottenute nel 2006 circa 10 mila gravidanze, di queste ne sono state perse duemila e cinquecento nel corso del cosiddetto follow up della gestazione. Tanti i parti plurimi: oltre il 18 per cento quelli gemellari e più del 3 per cento quelli trigemini soprattutto tra le più giovani. Una percentuale rilevante che, afferma l’ex ministro della Salute, Livia Turco, nella premessa, «conferma le riflessioni critiche relative al dettato di legge, che si affidano al dibattito istituzionale e scientifico». Secondo quanto scritto nella discussione finale della Relazione, infatti, «l’analisi dei dati rileva come in più della metà dei trasferimenti effettuati, vengano utilizzati tre embrioni». Questo, si legge ancora, «aumenta il rischio di gravidanze gemellari, soprattutto su pazienti di giovane età».

In generale, dalla fotografia scattata nella Relazione, risulta inoltre che sono stati trattati con la tecnica di inseminazione semplice 18.431 coppie e sono stati iniziati 29.901 cicli. Le gravidanze ottenute sono state 3.203, di queste ne sono state perse al follow up 907; delle 2296 gravidanze monitorate sono nati vivi 1999 bambini.

Relativamente alle tecniche di secondo e terzo livello e cioè tecniche più sofisticate a fresco e da scongelamento in 202 centri di Pma (procreazione medicalmente assistita) sono stati trattate 30274 coppie e iniziati 36.912 cicli. In questo modo sono state ottenute 6.962 gravidanze e di queste ne sono state perse al follow up 1498. Delle 5.464 gravidanze monitorate sono nati vivi 5218 bambini.

Negli stessi 202 centri di Pma sono stati trattati con tecniche da scongelamento 3501 coppie e sono stati iniziati 3882 scongelamenti. Sono state ottenute 443 gravidanze, di queste ne sono state perse 95. Dalle 348 gravidanze monitorate sono nati vivi 290 bambini.

«È il fallimento della legge 40», afferma Filomena Gallo, Presidente dell’Associazione Amica Cicogna e Vice Segretario Associazione Concioni. Questi dati «non sono una sorpresa perché sovrapponibili alla precedente relazione del 2007, quindi ancora con un perdita di nati cospicua rispetto al 2003 (lo scorso anno la perdita era di 1.041 rispetto al 2003). Le tecnologie migliorano all’estero, dove ci sono più gravidanze con meno tentativi, mentre qui ad aumentare sono solo le gravidanze gemellari che danno rischi per la salute – afferma Gallo. Questa legge all’articolo uno sostiene di voler tutelare la salute di tutti i soggetti della procreazione, ma di fatto non lo fa. Lo testimonia il numero di parti trigemini, che notoriamente hanno un’alta probabilità di aborto spontaneo e il 20 per cento di nati disabili». Secondo Gallo sarebbe auspicabile una modifica della legge in senso contrario a quello richiesto da alcuni esponenti della maggioranza in questi giorni: «Noi speriamo che riprenda il dibattito, anche se questa è la stessa maggioranza che ha emanato la legge e c’è poco da sperare».

A difendere la legge 40 così com’era nel 2004, quando venne emanata dal precedente governo Berlusconi era stato nei giorni scorsi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi che appena nominato già aveva promesso di cambiare le nuove linee guida sulla legge 40 per la procreazione medicalmente assistita, emanate dall’ex ministro Livia Turco e la cui principale novità è rappresentata proprio dalla possibilità di effettuare la diagnosi reimpianto sull’embrione. Le nuove direttive, emanate il 30 aprile 2008 a soli quindici giorni di vita già rischiano quindi di essere messe in soffitta. «Le cambieremo», promette infatti Giovanardi. «La volontà di questa maggioranza -ha dichiarato giovedì il sottosegretario a margine di un convegno – è di cambiare la circolare della Turco che in quanto circolare non può modificare una cosa che il Parlamento italiano ha approvato e un referendum popolare ha confermato».

Pronta la replica di Livia Turco. «Quella che lui chiama una circolare – puntualizza – è solo l’applicazione scrupolosa dell’articolo 7 della legge 40. Un sottosegretario oltre ad applicare la legge, deve tenere conto dei pronunciamenti dei giudici e la sentenza del Tar del Lazio non mi pare uno scherzo». La sentenza alla quale si fa riferimento è quella in cui parte delle vecchie linee guida, emanate dal ministro Sirchia, venivano annullate per eccesso di potere. La parte contestata dai giudici amministrativi è stata, in particolare, quella in cui si vieta la diagnosi preimpianto degli embrioni, divieto appunto cancellato dalle linee guida. Fermo restando che la stessa legge 40 – così come scritto nel testo di emanazione delle nuove linee guida sul sito del ministero – prevede che ogni tre anni si «aggiornino le linee guida in rapporto all’evoluzione tecnico scientifica».

Ma a voler sfuggire alla stessa legge Giovanardi non è solo. Ad appoggiarlo anche il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella secondo la quale le linee guida che interpretano «con grande forzatura» la legge 40 «andrebbero sospese». La stessa Rocella commenta, infatti, positivamente i dati della Relazione del ministero. «Sono buoni i risultati di una legge troppo criticata. E dai dati presentati la Roccella deduce anzitutto «quanto la propaganda contro questa legge sia stata ideologica e strumentale». In particolare, il sottosegretario accoglie positivamente i dati circa le «complicanze per iperstimolazione ovarica: dai 670 casi del 2005 ai 161 del 2006. I dati della Relazione, poi, andrebbero letti in modo positivo -secondo Rocella – soprattutto rispetto alla lieve inflessione degli esiti negativi delle gravidanze (aborti spontanei, tardivi, morti intrauterine, gravidanze ectopiche): 24,9% nel 2006 contro il 26,4% del 2005». Le tendenze preoccupanti semmai sono altre – afferma il sottosegretario al Welfare e sono tutte da attribuire «all’aumento l’età media delle donne che accedono alle tecniche di fecondazione: il 62,1% delle pazienti che inizia il trattamento ha oggi un’età superiore ai 34 anni, rispetto al 60,7% dell’anno precedente. E, in particolare – si legge nel comunicato della Rocella nel 2006 il 24 per cento dei cicli è effettuato da donne in età maggiore o uguale ai 40 anni, mentre nel 2005 questo dato era pari al 20,7 per cento». Quello che preoccupa la Rocella quindi è la preoccupante tendenza a uno slittamento della maternità ad un’età sempre più avanzata. Insomma, per il sottosegretario al Welfare il problema è delle donne, non della legge.

Non è una colpa volere un figlio dopo i 35 anni «e che in Italia le donne entrano sempre più tardi nel
mondo del lavoro, guadagnano di meno, e lavorano in condizioni pessime» è la risposta di Filomena Gallo alle dichiarazioni della Rocella. Secondo la Gallo, infatti, le donne devono inoltre «dividersi tra famiglia e lavoro per assenza di servizi, aiuti alle famiglie sul modello francese o tedesco, congedi parentali reali per entrambi i genitori come già avviene nel resto dei paesi dell’Ue, interventi che però sembrano non realizzabili nel nostro Paese dove invece le donne sono incaricate di colmare il vuoto del welfare» conclude.

Intanto, le associazioni dei pazienti con problemi di sterilità assicurano battaglia, avverte la presidente di “Amica cicogna”. «Milioni di coppie torneranno dinanzi ai tribunali se il governo modificherà le linee guida andando a modificare il punto relativo alla possibilità di effettuare la diagnosi preimpianto sull’embrione».

E per Pia Ferretti del Comitato Direttivo del Registro Europeo che raccoglie i dati sulla fecondazione assistita «i dati del registro 2007 sulla procreazione medicalmente assistita diffusi ieri dal ministero della Salute confermano i limiti della legge 40. «In Europa – dice la Ferretti- ogni anno si registra un lento ma costante aumento delle percentuali di successo e la incidenza di gravidanze trigemine è da anni ridotta quasi allo 0%. In Italia, dal 2004 non si è più registrato alcun miglioramento e la percentuale di gravidanze trigemine continua ad essere oltre il 3%. Sono chiaramente i limiti imposti dalla legge ad impedire la evoluzione della Pma verso quella che da ogni parte è considerata l’ottimizzazione della fecondazione assistita: aumento della efficacia con una particolare attenzione alla riduzione dei rischi per la salute delle donne e dei futuri nascituri».

Insomma -conclude l’esperta «a 4 anni dalla approvazione della Legge 40 non è più possibile affermare che quanto succede in Italia è un caso. Possibile che nessuno di coloro che continuano ad affermare di volere difendere i diritti civili fondamentali dei cittadini si ponga il problema di come questi diritti vengano quotidianamente violati dalla applicazione della Legge 40?».

Alessia Grossi