Ciao
Eluana


Cacciato prima dell’inizio della celebrazione. E accompagnato da monsignor Antonio Mattiazzo fino alla porta della chiesa di San Bartolomeo. Gianni Biasetto, collaboratore del nostro giornale, era seduto insieme alla moglie su una delle panche laterali per assistere alla messa del presule, venuto a Monterosso per calare definitivamente il sipario sulla vicenda che ha coinvolto l’ex parroco della comunità. Poco prima delle 10 il vescovo entra in chiesa dal portone principale assieme al suo segretario-cerimoniere e al parroco di Monterosso, don Danilo Zanella. Viene applaudito dai fedeli. Giunto a metà della navata si ferma e, guardandosi attorno, chiede: «Dov’è Biasetto? C’è Biasetto?». In chiesa cala il silenzio.
Biasetto si alza e, passando tra i banchi, gli va incontro. «Lei deve uscire dalla chiesa», gli intima subito il presule. Il giornalista gli fa notare che si trova in chiesa per assistere alla messa, ma pronta arriva la replica. «In chiesa comando io, lei va fuori», ribatte autoritario. Mentre alle sue spalle compare un carabiniere, pronto a dare il suo supporto. Ma il presule accompagna direttamente Biasetto fino all’uscita, tenendolo per un braccio. E giunto alla porta della chiesa ribadisce ad alta voce, ammonendolo con il dito alzato a non rientrare. «Lei deve uscire, qui comando io». Con Biasetto escono anche tre fedeli. Uno è un componente il Consiglio pastorale, indignato per l’accaduto. «Mi sono sentito offeso ed umiliato – commenta Biasetto – Sono un cattolico praticante e quanto è successo mi imbarazza molto, in quanto sono stato additato come non degno di stare in chiesa davanti a tutta la comunità. La mia sola colpa, se lo è, è di aver fatto il mio lavoro ed aver scritto la verità».
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Via libera alla norma salva-preti (pedofili e non)
È, per altro verso, assolutamente peculiare che il governo nella nuova normativa sulle intercettazioni, pensando forse ai reati di pedofilia ed alle relative, frequenti, indagini penali, si sia specificamente preoccupato di dettagliare che, quando emerge un reato nei confronti di un sacerdote, dev’essere immediatamente avvertito il vescovo, e quando emerge un reato a carico di un vescovo dev’essere avvertito il Vaticano.
Non sono convincenti, le risposte e le proteste che sono partite dal Pd all’indirizzo di don Sciortino e dell’editoriale su Famiglia cristiana. Troppo difensive. La tesi del settimanale dei Paolini sul ruolo dei cattolici nel centrosinistra umiliato dall’alleanza coi radicali è troppo marginale, irrilevante, perché gli si debba rispondere sul medesimo tono. E siccome è evidente che il tema non riguarda solo i cattolici democratici, e neanche solo i cattolici tout court, c’è casomai un altro livello di discussione da intrecciare.
Partiamo da una premessa amara, ma sincera. Il punto di verità dell’editoriale di Famiglia cristiana: la crisi del ruolo dei cattolici democratici nella politica italiana, dopo esserne stati spina dorsale e punto d’equilibrio per decenni nella Prima e nella Seconda repubblica. È l’esito di una vicenda durata anni, di uno scontro che ha modificato, nell’arco di due pontificati, il rapporto fra le gerarchie e i cattolici impegnati in politica e nei movimenti. Man mano che la Chiesa si allontanava dall’interpretazione progressista del Vaticano II, veniva ritirata la delega concessa ai cattolici democratici perché costruissero mediazioni nella sfera politica. Mediazioni giudicate, al trarre le somme di una società fortemente secolarizzata, troppo al ribasso, perdenti.
La crisi del cattolicesimo democratico esplode dunque quando la Chiesa assume direttamente l’onere di contrastare la deriva secolarista e relativista, e chiama intorno a sé in obbedienza ordini e movimenti. Un fenomeno che la sinistra non ha visto, o meglio ha equivocato scambiandolo per un mero spostamento “a destra”, confermando alle proprie componenti cattoliche il mandato di coprire il fronte (è il modello di gioco abitualmente definito dalemiano). Un fronte che intanto non c’era più. Si parla dell’ex sinistra de, ma in fin dei conti il tentativo di Rutelli nella Margherita con l’operazione teodem ha replicato lo stesso schema, con persone diverse, diverse culture, ma analogo risultato deludente.
Qui però si apre il tema delicato e impegnativo delle responsabilità dei vescovi italiani. Verso la società italiana. Per quello che è diventata. Perché se sono stati bruciati i luoghi e gli interpreti della mediazione, e si è data per tanto tempo enfasi ai richiami tradizionalisti mettendo in guardia rispetto a ogni possibile “differenza”, poi è anche possibile che ci si ritrovi con l’Italia delle ronde non avendo fatto abbastanza per evitarla.
Se la Chiesa universale derubrica il dialogo interreligioso e accredita l’idea di esser tornata innanzi tutto Chiesa dell’Occidente, anzi guida spirituale dell’Occidente, si deve mettere nel conto che poi qua e là nel gregge non siano più soltanto le diversità sessuali a destare sospetto e allarme, ma anche quelle etniche e religiose.
Ingeneroso allora poi prendersela coi poveri cattolici del centrosinistra. L’Italia come è – incerta, timorosa, potenzialmente aggressiva -in quanti hanno contribuito a edificarla? Forse sarà di conforto sapere che c’è chi si mobilita contro le moschee e per avere al loro posto più chiese: anche ammesso che ciò aiuti la ripresa delle vocazioni, quali sono gli effetti collaterali di questa fiammata d’orgoglio? E lo diciamo sapendo bene come in Italia e nel mondo siano spesso soltanto la Chiesa e le sue organizzazioni a lavorare sulle marginalità e sulle esclusioni, con dedizione senza pari, in totale supplenza dell’inefficienza pubblica: qui però vediamo una schizofrenia col messaggio principale recapitato a più riprese nel dibattito pubblico, non una esimente.
Finisce la specificità italiana dei cattolici in politica, l’elettorato cattolico si omologa sempre di più all’insieme della società, e in modo non difforme da essa chiede ordine, valori, tradizione, sicurezza. Vota Berlusconi, ovvio. Il quale poi non si pone minimamente il problema di assegnare a una componente della destra la benché minima delega a rappresentare: in questo, si conferma più accorto e moderno del Pd di Veltroni (stupisce che sia stato proprio il Foglio a sollevare un problema stantio come quello della «assenza di cattolici nella compagine di governo»).
Gioisce papa Benedetto per il nuovo clima di dialogo. Fa bene. Anche la Cei affida al dialogo le speranze di ripristinare nelle istituzioni e nel paese un sistema di valori condivisi. Capiranno però che è difficile dialogare sotto le bastonate, soprattutto per chi le ha già prese dall’elettorato.
Noi che vorremmo un Pd più autorevole, più in sintonia con la domanda di valori e di missione che viene dagli italiani, proponiamo però a don Sciortino un’ipotesi di lavoro: prenda in considerazione la possibilità che anche il centrosinistra, come da tempo il centrodestra, abbia da adesso in poi una leadership totalmente laica, non più cattolica né adulta né bambina. La smetta di applicare un doppio standard, sempre troppo esigente con questi poveri cattolici impegnati a sinistra. Misuri alla pari le proposte e le politiche, i due sistemi di alleanze, il relativismo di questo e di quello. Insomma, tragga le conseguenze anche lui di questa vicenda storica che, intenzionalmente, ha portato a consumare la forza della testimonianza cattolica nell’agire politico. È un Italia così, tutti hanno contribuito a che fosse così: adesso tutti ci facciano i conti, senza scaricarli sugli altri.
Stefano Menichini
Se è la Bonino a far la questua
Parlando ai vescovi italiani, il Papa si è compiaciuto per il buon clima che c’è in Italia tra gli schieramenti politici. Una semplice gioia pastorale nel constatare che una volta tanto non ci si scanna. Continuando a conversare ha poi auspicato il finanziamento pubblico delle scuole cattoliche. Una banale richiesta, già fatta mille volte dalla Chiesa. Invece, apriti cielo. La radicale Emma Bonino ha messo insieme le due cose e si è scagliata contro Ratzinger definendolo «patetico» per il mezzuccio usato. Secondo lei, avrebbe adulato la politica per battere cassa subito dopo. Sull’abbrivio, ha accusato il Papa di ingerenza e ha aggiunto che neanche gli ayatollah sono impiccioni quanto lui. Sarà l’effetto dei 60 anni che la biondina di Bra ha appena compiuto. Sta di fatto che ha dimostrato una siderale dose di strabismo. Lo stesso giorno in cui il Papa ha parlato, un altro esponente vaticano – l’arcivescovo Agostino Marchetto – aveva criticato il progetto del governo di considerare reato l’immigrazione clandestina. Questo sì, era un mettere i piedi nel piatto. Emma però non ha fiatato perché l’«ingerenza» migratoria le stava bene e soddisfaceva il suo spirito umanitario. Assodato che la biondina scoppietta a intermittenza e difende la laicità in base a bizzose convenienze, vediamo se ha i titoli per dare dello scroccone al Papa. Sono poi così puri i radicali ultima versione? Li abbiamo visti all’opera nella recente campagna elettorale. L’intera trattativa col Pd di Walter Veltroni è stata una questua di posti e soldi. Per settimane, hanno dato i numeri. I radicali volevano nove poltrone, l’altro ne offriva sette, poi si sono accordati, poi le volevano «sicure» e questo e quello. Idem, sul finanziamento pubblico. Voglio dieci, ti offro cinque e così via. Finché Pannella, che un tempo digiunava per la fame nel mondo, ha fatto il Gandhi per gli strapuntini. Emma, dunque, ha perso l’occasione di guardare in casa sua e stare zitta. Se poi voleva prendersela per forza con qualche alta autorità mondiale, non aveva che l’imbarazzo della scelta. L’Iran di Ahmadinejad si adopera per la distruzione di Israele e l’Onu tace. Vada dal segretario Ki-Moon e gli dica due parole da par suo. Riempia di sberle Barroso che non reagisce agli anatemi degli ulema contro cittadini Ue, ecc. Se la prenda, insomma, con i laici che trascurano compiti vitali e lasci in pace un prete che chiede soldi per la propria scuola facendo esattamente il suo mestiere. Se no, corre il rischio, signora Bonino, di dare del patetico al prossimo, ma di essere personalmente penosa.
Giancarlo Perna
di Pierluigi Battista
Questa volta Papa Ratzinger è piaciuto ai laici. E siccome è piaciuto ai laici, in quest’occasione non si sono sentite le consuete vibrate proteste contro l’indebita «interferenza » vaticana o contro l’inammissibile «intromissione » ecclesiastica negli affari di uno Stato geloso della propria laicità. Non un proclama. Nemmeno una voce, se non quella solitaria dei radicali cui, si sa, non difetta la coerenza.
Eppure i retroscena politici sono concordi nel riconoscere alla moral suasion esercitata dal Vaticano uno dei motivi che hanno indotto il premier Berlusconi, alla vigilia dell’incontro con Benedetto XVI, a sfumare la sua posizione sul reato di immigrazione clandestina. Del resto se, come sembra, i retroscena dicono il vero, non sarebbe una cattiva notizia. Che il capo del governo, su una materia anch’essa, come usa dire, eticamente sensibile, ascolti il parere di un’autorità morale come la Chiesa cattolica (per poi decidere in piena autonomia) è un segno di attenzione culturale non banale. Un’attenzione estesa ai pareri dell’opposizione, degli organismi internazionali, di tutto il mondo culturale su un tema così fondamentale per la dignità umana da richiedere sensibilità, una durezza mai disgiunta da un minimo di pietas, una soluzione pragmatica e non l’esibizione di un vessillo ideologico. Parlare con la Chiesa (come con tutti) dunque si può. Ascoltarne i suggerimenti (come quelli di tutti) non è in quanto tale sintomo di lesa laicità. Riconoscerne l’autorevolezza non è un segno di subalternità neoclericale.
Proprio il silenzio di questi giorni, se confrontato al clamore che ha accompagnato casi analoghi, significa però che il riconoscimento di un tale principio è soggetto alle volubili intermittenze della ragion politica.
Che il tener conto delle obiezioni della Chiesa per poi decidere nel pieno rispetto del carattere laico dello Stato è una regola buona solo a seconda delle convenienze. Se è infatti legittimo il monito cattolico sulla riduzione della semplice clandestinità a reato passibile di sanzioni carcerarie, come possono diventare illegittimi i suoi interventi su altre materie sulle quali lo Stato deve legiferare? Se la Chiesa dice la sua sul trattamento degli immigrati clandestini, o sull’amnistia, oppure sulla spedizione italiana in Iraq (su temi insomma sempre molto cari alla sinistra), è giusto fare attenzione, e se invece interviene sull’aborto, o sull’eutanasia, allora bisogna fermamente rintuzzare l’attacco allo Stato laico?
Questo doppio standard nasce dalla difficoltà di ammettere che non esistono leggi dello Stato eticamente «neutrali», sulle quali l’intervento della Chiesa sarebbe arbitrario, e altre così cariche di valori morali da permettere anche alla Chiesa di esprimersi. Il modo di trattare i clandestini o la difesa intransigente della pace avrebbero una valenza morale. Ma non l’aborto, l’eutanasia, rubricate a intangibile sfera dei «diritti civili » e, perciò, in quanto tali di esclusiva pertinenza della sfera laica. Invece il diritto di intervento culturale e morale da parte dell’autorità cattolica non può essere dimezzato, sebbene una regola molto semplice faccia fatica a imporsi in Italia: nella discussione sui valori che ispirano le leggi ogni voce è libera, ma nella decisione è invece libero lo Stato. Da oggi, forse, c’è una ragione in più per sostenerla.
Codice di diritto canonico: Can. 1084 – §1. L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio.
Nozze vietate a viterbo
Quando la Chiesa esclude i disabili
Lui è semiparalizzato dopo un incidente, il vescovo di Viterbo nega il matrimonio

Se il «Padre Nostro» riesce a dire tutto in 56 parole, non ne sono bastate il quadruplo al Vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli. Il monsignore doveva spiegare perché ha rifiutato il matrimonio religioso a un ragazzo che, semiparalizzato in un incidente stradale, forse non potrà mai avere dei figli. Ha preferito evitarlo.
Il comunicato della Curia rivendica che la scelta è stata fatta con «attenzione e amore», «rispetto e discrezione». Che le «notizie di stampa circa decisioni ecclesiastiche e divieti in ordine alla celebrazione di un matrimonio debbono indubbiamente qualificarsi non solo come infondate, ma anche come un’operazione di sciacallaggio». Che «sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende né da discrezionalità di giudizio né da intenzionalità dei soggetti». Che «la riservatezza è d’obbligo e la privacy è diritto». Che «tutto è stato fatto nella condivisione sincera della situazione e con ogni attenzione umana e cristiana». Perché sia stata presa quella decisione, una coltellata nell’anima di quel ragazzo di 25 anni già ferito nel corpo dallo schianto ai primi di maggio, non è spiegato affatto. Come non è spiegato perché, dopo avere ottenuto una lettera in cui i due giovani fidanzati confermavano per iscritto la loro volontà di sposarsi nonostante il colpo durissimo che avevano subito, monsignor Chiarinelli non abbia avvertito l’opportunità di ascoltarli di persona.
La sua risposta, ha scritto Arnaldo Sassi sul Messaggero, è stata «non possumus », senza tanti giri di parole, perché non è certa, da parte di lui, la capacità di procreare. «Impotenza copulativa ». I due ragazzi si sono sposati lo stesso, ieri mattina, nell’ospedale romano dove lui è ancora ricoverato. Matrimonio civile. Nel giorno stesso in cui erano state fissate le nozze prima di quel terribile incidente stradale. Hanno giurato di amarsi e rispettarsi nella buona e nella cattiva sorte, che già li ha messi alla prova. E dicono le agenzie che hanno levato il calice in un brindisi e tagliato la torta e sorriso tra parenti e infermieri. Dio li benedica. E’ un peccato, però, che il vescovo non abbia sentito il bisogno di spiegare meglio la scelta fatta. Non solo per quei due sposi respinti, ai quali resterà per tutta la vita l’amaro in bocca, ma per tanti credenti che, con tutto il rispetto per madre Chiesa magistra vitae e la sua secolare saggezza, faticano a capire.
Tanto più che la storia dei rapporti con la disabilità ha visto straordinari esempi di generosissima dedizione di preti e suore e cristiani al capezzale di chi soffre. Ma è stata segnata anche da una serie di incomprensioni e ostilità che, rilette con gli occhi di oggi, gelano il sangue. Basti ricordare come la deformità, nonostante grandi figure quali sant’Ermanno il Rattrappito (il quale era tutto storto, gobbo, incapace perfino di stare seduto ed era stato dai medici dell’epoca catalogato quasi come un demente, ma era un santo) sia stata per secoli associata al male, al peccato, all’offesa a Dio. E non si trattava solo di rappresentazioni iconografiche in cui Satana era storpio, orrendo, mostruoso. San Gregorio Magno, che aveva un’idea del corpo quale una specie di involucro ripugnante che ricopre l’essenza, era convinto che «un’anima sana non albergherà mai in una dimora malata ». Le leggende medievali bollavano i deformi come frutti del peccato e il « Malleus maleficarum », cioè quella specie di manuale di caccia alle streghe redatto nel 1486 dai domenicani Jacob Sprenger ed Heinrich Kramer, arrivò a ipotizzare che fossero concepiti in un rapporto carnale col demonio. Certo, la « Taxa camarae » di Leone X, il tariffario delle indulgenze dove si legge che «i laici contraffatti o deformi che vogliano ricevere ordini sacri e possedere benefici, pagheranno alla cancelleria apostolica 58 libbre» e che «uguale somma pagherà il guercio dell’occhio destro, mentre il guercio dell’occhio sinistro pagherà al Papa 10 libbre», sarebbe un documento falso o per lo meno «aggiustato » per ragioni polemiche dai luterani.
Ma è lo stesso Catechismo Tridentino a disciplinare, a proposito dell’Ordine sacerdotale, che «non devono essere promossi agli ordini i deformi per qualche grave vizio corporale e gli storpi. La deformità ha qualcosa di ripugnante e questa menomazione può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti ». Quest’idea dell’interferenza del Male nella disabilità, già presente in Dante quando parla dell’epilessia («E quale è quei che cade, e non sa como / per forza di demon ch’a terra il tira») è rimasta a lungo, purtroppo, conficcata nella carne stessa di tanti cristiani. Lo dice la delibera del IV Concilio del Laterano dove si rileva che «l’infermità del corpo a volte proviene dal peccato». Lo conferma il saggio dell’enciclopedia Treccani su «Infirmitas, terapia spirituale e medicina» dove si spiega che la malattia è per molto tempo «uno dei tria mala che caratterizzano la natura e la storia dell’uomo da quando Adamo, con il peccato, ha perduto per sé e per la sua progenie anche l’integrità del corpo di cui godeva».
Gian Antonio Stella
da Corriere della Sera del 2 giugno 2008, pag. 25
di Sergio Romano
Non posso essere del tutto d’accordo con la risposta da lei data al lettore sul tema dell’otto per mille. Per una semplice constatazione. Nella sua analisi non ha tenuto conto della motivazione per la quale lo Stato italiano nel 1929 riconobbe una congrua ai sacerdoti. Mi riferisco all’esproprio dei beni della Chiesa operato dal neonato governo italiano in seguito alla caduta dello Stato Pontificio. I Patti Lateranensi furono una specie di concordato di pace tra Stato e Chiesa che giovava oltretutto ad entrambi. La congrua ai sacerdoti fu quindi una compensazione al valore dei beni sottratti alla Chiesa e non un benefit come si direbbe oggi. Se nel 1984 il governo Craxi avesse abolito tout court la congrua, avrebbe certamente operato un sopruso. Sarebbe stato come dire: «Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato». Non sono uno storico, tanto meno un accademico, pertanto posso avere espresso un giudizio inesatto. Mi sono solo affidato ai miei ricordi storici. Tuttavia se quanto da me ricordato ha un qualche fondamento sarebbe opportuno dare un giudizio più completo sul tema dell’otto per mille. Può gentilmente dire qualche cosa in merito ai lettori? Luigi Nale
Risponde Sergio Romano: Caro Nale, fra la confisca dei beni ecclesiastici e il pagamento della congrua non esiste alcun rapporto. Forse il miglior modo per rispondere ai suoi quesiti è quello di ricordare quali furono le tappe finanziarie dei rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa dopo l’ingresso dei bersaglieri a Porta Pia il 20 settembre 1870.
La soluzione adottata unilateralmente dal governo fu la Legge delle Guarentigie, approvata dal Parlamento il 13 marzo 1871. Furono definiti i poteri del Pontefice, le sue prerogative e gli impegni che l’Italia avrebbe assunto per consentirgli di esercitare le sue funzioni. Fu stabilito che l’Italia avrebbe rinunciato ad alcuni dei diritti che i sovrani avevano rivendicato e ottenuto nel corso dei loro secolari rapporti con la Chiesa di Roma: il controllo sulle leggi e sugli atti delle autorità ecclesiastiche, il giuramento di fedeltà dei vescovi, la preventiva autorizzazione del governo per la convocazione dei concili.
E venne promesso, infine, che lo Stato avrebbe corrisposto alla Chiesa, ogni anno, una dotazione pari a 3.225.000 lire. La Chiesa accettò di buon grado, pur senza dirlo esplicitamente, la rinuncia del potere secolare alle antiche pretese di molti sovrani europei, ma non volle accettare la dotazione. Vi era allora al vertice della Chiesa italiana la speranza che lo Stato dei Savoia avrebbe avuto vita breve e che la Santa Sede avrebbe riconquistato nel giro di qualche anno, con l’aiuto delle potenze cattoliche, i territori perduti.
Quando cominciarono i negoziati per la Conciliazione, dopo l’avvento di Mussolini al potere, esisteva quindi un irrisolto problema finanziario.
La somma delle dotazioni annuali non percepite e dei relativi interessi ammontava a 3.160.501.112,76 lire, ma i tempi della prescrizione avevano ridotto considerevolmente il debito dello Stato italiano.
I negoziatori concordarono una via di mezzo: 750 milioni in contanti e un miliardo di consolidato 5 per cento al portatore.
La congrua, tuttavia, non ebbe alcuna parte nella trattativa per la semplice ragione che lo Stato aveva cominciato a pagarla, di sua iniziativa, molti anni prima. Per comprendere quella decisione occorre ricordare che la classe dirigente dello Stato liberale considerava i parroci come una categoria a sé, diversa da quella delle Congregazioni e degli Ordini monastici. Mentre questi ultimi erano stati strenuamente anti-unitari, i parroci si erano dimostrati, soprattutto durante le due guerre del primo Novecento (la guerra di Libia e la Grande guerra), straordinariamente patriottici. Lo Stato colpì prevalentemente i beni degli ordini monastici e se ne servì per costruire le scuole e gli ospedali di cui il Paese aveva urgente bisogno. Ma considerò i parroci alla stregua di una funzione pubblica parallela, utile al benessere spirituale del Paese. E quando, nel 1984, ritenne, giustamente, che il pagamento del salario a un sacerdote non fosse compito del governo, si dette da fare per trovare un’altra formula.
Peccato che l’8 per mille sia anch’esso un aiuto di Stato e che la congrua rappresenti ormai soltanto un terzo della somma versata ogni anno alla Chiesa italiana.
Il Papa parla bene dell’Italia e del suo governo? «Patetico» sentenzia Emma Bonino.
Parole dure da parte della radicale, da sempre in polemica con la Chiesa e con le sue gerarchie. Le sue critiche però di solito riguardano questioni etiche, diritti individuali e laicità delle istituzioni. Questa volta invece la condanna della Bonino suona del tutto personalistica e piuttosto gratuita.
L’ex ministro per il Commercio estero fa riferimento a un intervento del Pontefice pronunciato pochi giorni addietro davanti alla Conferenza Episcopale.
«Quando il Papa ha detto: ho il cuore pieno di gioia per il clima politico in Italia e poi subito dopo ha aggiunto che sarebbe più contento se si finanziassero le scuole private cattoliche, e gli ospedali cattolici. Non so trovare un altro aggettivo: l’ho trovato patetico», è la dichiarazione che la Bonino rilascia ai microfoni di Radio Radicale. Non paga di aver definito il Santo Padre «patetico» aggiunge: «Ho trovato una diminutio nel fatto che un grande leader religioso a vocazione mondiale nella riunione della Cei si dà come orizzonte l’Italia e questo passaggio della cronaca politica italiana». Poi, come se qualcuno potesse avere dubbi, precisa di «non essere cattolica» per questo la cosa la «infastidisce e basta» mentre se fosse cattolica allora sì che sarebbe «particolarmente irritata». Ma che ne sa la Bonino di che cosa irrita i cattolici? «Il leader religioso con un orizzonte globale sulla parola divina si pone in realtà come orizzonte (ben che vada) l’Italia, – osserva la radicale – anzi Roma e anzi la contingenza politica».
Dunque patetico il Papa e patetico pure chi lo apprezza, sempre secondo la Bonino che definisce «altrettanto patetici gli osanna di quasi tutto lo schieramento politico italiano». Talmente patetica la politica italiana da indurre la radicale a ricordare con nostalgia «gli anni vissuti nel mondo arabo, dove ci sono regimi teocratici, ma dove questa ingerenza così quotidiana, televisiva (ad ottobre avremo la Bibbia letta in diretta dal Papa), pur guardando spesso Al Jazeera o Al Manar, questa presenza così pervasiva non l’ho trovata. Mi ha fatto davvero impressione. Si va ben al di là dell’ingerenza, abbiamo un governo, poi un governo ombra e poi c’è un altro governo ombra ben più potente».
Insomma meglio l’Iran di Ahamadinejad della democrazia italiana. Commenti che suscitano l’indignazione del professor Rocco Buttiglione, Udc. «È vergognoso l’odio anticristiano di Emma Bonino. Paragonare il Papa a regimi islamici nei quali i cristiani sono perseguitati e talora messi a morte è possibile solo per una mente in cui l’ideologia viene a sopraffare ogni minima misura di buonsenso – dice Buttiglione -. La Chiesa non opprime nessuno. La Chiesa non interferisce, la Chiesa semplicemente parla a nome di quelli che condividono il suo pensiero, espone ragioni di cui tutti sono liberi di tener conto o non tener conto».
Si stava tenendo la cinquantottesima assemblea della conferenza episcopale italiana alla quale partecipavano oltre trecento prelati di varia dignità vescovile. Per chi oggi non lo sapesse o non lo ricordasse, il consesso episcopale era alla guida della religione di stato, e per quanto possibile, ambiva alla guida dello stato medesimo, secondo le illuminate indicazioni del Santo Padre.
Fino ad allora, e dunque per cinquantasette assemblee pari a cinquantasette anni, era stata consuetudine che il convegno si tenesse in modo ordinato. Ogni argomento veniva approfondito e discusso pacatamente, secondo le regole della buona creanza, in piena armonia d’intenti e d’impegno tra i partecipanti.
Le battute maliziose o spiritose, anche a carico degli avversari, erano bandite e mai alcunché era stato pretesto o motivo d’ironia o, peggio, d’ilarità. Al di fuori del grande palazzo in cui si dibatteva su temi delicatissimi come la fede, la società, i rapporti tra la Chiesa e lo Stato non era mai filtrato il minimo rumore, fosse pure un applauso. Alla fine delle sedute i convenuti uscivano seri e contegnosi, parlavano tra loro a bassa voce, si salutavano con grande sobrietà e si allontanavano con un lieve fruscio delle tonache quando non indossavano il clergyman.
Ma quella volta il loro comportamento cambiò in modo stupefacente e inatteso, quasi che fossero stati sotto l’effetto di un incantamento o di un allucinogeno. Il prodigioso mutamento si manifestò al termine della prima giornata dei lavori, durò un paio d’ore e non si ripeté mai, neppure nelle assemblee degli anni successivi. Stranamente non fu ripreso da alcun giornale ne’ programma televisivo; le uniche notizie che circolarono furono i racconti di qualche passante meno frettoloso che vi aveva assistito. Insomma, l’evento è giunto fino a noi per tradizione orale.
Essa racconta che già durante i lavori si erano udite risate e schiamazzi provenienti dall’interno del palazzo. Poi, terminati i lavori, vescovi, arcivescovi, cardinali, abati, uscirono tutti arrossati in volto e in evidente stato di euforia, come se avessero passato il tempo a raccontarsi barzellette ed ora se le ricordassero reciprocamente.
Nascevano e si scioglievano capannelli, senza distinzione d’età o di gerarchia: vescovi ordinari con arcivescovi prelati emeriti, abati con cardinali, vescovi ausiliari con arcivescovi, tutti in preda alla più sfrenata allegria; qualcuno, dal gran ridere, si asciugava gli occhi con lo zucchetto o con il fondo della tonaca, senza alcuna preoccupazione per la dignità.
Ogni volta che il tripudio si affievoliva bastava che qualcuno pronunciasse il nome “D’Alema” per riattizzarlo come la miccia di un fuoco d’artificio. Tra una risata e l’altra si sentivano espressioni quali: “ma se D’Alema ha detto così è proprio un semplicione”, “cercare un rinnovato patto di potenza? Ma non sa che quello vecchio funziona ancora benissimo?”, “La Chiesa, cedere alla tentazione di potere? Ma se di potere ne abbiamo da vendere”, “A D’alè, ridillo che ce fai ride…”,e ancora risate e sberleffi.
D’Alema era un personaggio che oggi pochi ricordano ma che, all’epoca, era ritenuto capace di ogni astuzia per nuocere agli avversari del momento. Il giorno prima che si aprisse la grande assemblea episcopale aveva accusato pubblicamente la Chiesa di voler rinnovare un patto di potenza con le forze al governo e di cedere alla tentazione del potere e al fondamentalismo religioso.
I maligni, coloro ai quali D’Alema non piaceva troppo insinuarono che accuse così scontate e banali, provenienti da un uomo ritenuto astutissimo, avessero scatenato il senso del comico nei dignitari ecclesiastici, tanto da causare il loro prodigioso cambiamento. Ma nessun studioso ha mai potuto provarlo.
di Filippo Facci
Una discreta fetta di mondo cattolico, d’un tratto, si sta accorgendo che questo è un paese laico. Si sta accorgendo che questo Paese riposa per lo più sulle iniziative dei singoli e che la dottrina sociale della Chiesa non ha più diritto a iscrizioni d’ufficio al novero delle cose politiche e istituzionali. Le esortazioni di Tarcisio Bertone affinché l’impegno sociale si accompagni a quello politico, dunque, divengono particolarmente emblematiche: se non altro perché di impegno sociale, nel governo, non v’è effettivamente traccia. Nella sua logica lobbistica, non ha torto Famiglia Cristiana quando osserva che tra i vari ministeri non è presente «neanche un cattolico che sia espressione di associazioni e movimenti le cui radici affondano nella dottrina sociale della Chiesa»: in effetti il governo è pieno di cattolici e basta. Quelli che sono espressione di qualcosa hanno ottenuto poco: fuori Giuseppe Pisanu, fuori Roberto Formigoni, fuori Maurizio Lupi (che però è vicepresidente della Camera) e soprattutto cancellazione di quel ministero della Famiglia che persino il governo Prodi aveva mantenuto: niente più che una delega affidata a Carlo Giovanardi. E poi sì, certo, fuori l’intera Udc. Ma sostenere che «nel governo non c’è nessun ministro cattolico», come pure ha fatto Famiglia Cristiana, pare una sciocchezza, perché appunto cattolici lo sono tutti. Ma cattolici laici, forti di convincimenti da tempo banditi da ogni programma elettorale e sostanzialmente assenti dal discorso introduttivo del Premier. Non siamo ancora a una dimensione religiosa relegata al privato, forse siamo semplicemente alla consapevolezza di Silvio Berlusconi (un libertario, ma soprattutto un grande frequentatore di sondaggi) che la Chiesa alla fine non sposta un voto, e che i temi etici, imbracciati come vessillo elettorale, portano disgrazia.
Ma non tutti hanno capito la lezione nonostante gli esiti esemplari della lista di Giuliano Ferrara (0,37%, ha preso di più Siegfried Brugger della Svp) più ancora di Famiglia Cristiana a scalpitare è stato appunto il Foglio. Ha scritto, due giorni dopo il voto, che aborto e legge 40 e testamento biologico «saranno tra i primi temi con cui il governo dovrà misurarsi». Il giorno dopo, pure, titolava: «Aborto e altro, l’agenda delle questioni vitali che il governo ha di fronte». Più che di un paio di interviste molto generiche a Eugenia Roccella, da allora, non si sono avute. Chiaro che Berlusconi abbia altro per la testa. E’ per questo che si diceva, all’inizio, che questo paese riposa per lo più sulle iniziative dei singoli.
Da un lato, ossia, abbiamo Rocco Buttiglione secondo il quale «la grande maggioranza degli italiani dice che l’aborto è un omicidio» (falso) e secondo il quale, attenzione, «in tutta Europa c’è una rinascita cristiana che cammina, grandi movimenti che hanno un potenziale molto più grande del ‘68 e che hanno energie morali per rinnovare la nostra società». Questo da un lato. Dall’altro, in attesa del nuovo ‘68, c’è il misconosciuto deputato leghista Massimo Polledri che ha già presentato diverse mozioni di legge contro la fecondazione assistita e contro ogni ipotesi di eutanasia: e non se n’è accorto nessuno. Eppure, nel Parlamento italiano, l’avanguardia cattolica è uno come lui, un singolo. Un fiero e rispettabile singolo in un paese laico, mica Tarcisio Bertone.
- da Corriere della Sera del 27 maggio 2008, pag. 3
di Monica Guerzoni
«Lei mi dice che ha parlato di rifiuti, di sicurezza, di salari… Benissimo, ma di Gesù Cristo ha parlato?». Il sarcasmo di Massimo Cacciari sintetizza il disagio dei laici di fronte alla prolusione fiume del cardinale Bagnasco: la sensazione di isolamento culturale e la presa d’atto che, dopo due anni di battaglie contro le «ingerenze» della Chiesa nella vita pubblica, una certa egemonia culturale sia stata spazzata via dal risultato elettorale. Dove sono i superlaici che tuonavano un giorno sì e l’altro pure contro le «invasioni di campo» delle gerarchie vaticane? Che fine hanno fatto i «cattolici adulti» alla Romano Prodi? I plausi soverchiano le critiche e i laici del centrosinistra si interrogano.
«Dov’è l’opposizione?» si duole Emma Bonino, leader radicale e voce sempre più isolata del fondamentalismo anticlericale. «Noi abbiamo urlato fin dove si poteva e ora invece non faccio che sentire gente che dice “la Chiesa ha libertà di parola”. Altro che parlare alle coscienze, quello di Bagnasco sembra un programma di governo». Nel Pd la Bonino si sente in minoranza, teme che i principi cari ai riformisti di fede laica siano sacrificati «sull’altare del dialogo» e si appella all’opinione pubblica, a chiunque abbia senso dello Stato e persino alla destra: «Non conosco Paese al mondo dove si alza un vescovo e dà indicazione su qualsiasi cosa, neanche fosse un altro governo ombra. Dobbiamo fermare questa penetrazione».
Smarrimento, preoccupazione, sgomento. Il sindaco filosofo Cacciari però si dice in ansia per la Chiesa, più che per l’architettura democratica e giura di non sentirsi affatto sconfitto dal punto di vista culturale. «Laici allo sbaraglio? Io non lo sono affatto, sono tranquillissimo. Questa storia della laicità è una balla colossale, perché lo Stato è laico per definizione e tale resterà finché avrà vita». Non teme l’isolamento, la fine di un’egemonia delle idee che l’ha vista tra i protagonisti? «Certo che sono preoccupato, ma per la dialettica su questioni come sicurezza, immigrazione e temi sociali, il resto è nebbia ideologica». Prima diceva di essere preoccupato per la Chiesa… «Certo, ritengo pericoloso per una istituzione così importante andarsi a infognare ogni giorno su quel che fanno Berlusconi, Veltroni o D’Alema. I vescovi si facciano sentire su questioni etiche e morali».
Gli echi delle battaglie tra cattolici e laici su fecondazione assistita, testamento biologico e diritti alle coppie di fatto sono lontanissimi, un cattolico veltroniano come Giorgio Tonini non vede «motivi di allarme» e definisce «giusto che la Chiesa offra il suo apporto al libero dibattito della società, come Bagnasco ha rivendicato, toccando tutti i temi in modo molto equilibrato». Ingerenze? «Mai viste. Semmai a volte la politica è così debole che va in cerca di legittimazioni improprie».
Sottotraccia, però, il Pd è lacerato e lo conferma indirettamente Eugenio Mazzarella, ordinario di Filosofia a Napoli e neodeputato democratico. Il professore ammette che tra i laici del centrosinistra «c’è una difficoltà» e cioè quella di produrre «una visione unita ria sulle grandi questioni della società e soprattutto sulla crisi valoriale che l’attraversa da 15 anni». Ecco, conclude l’onorevole filosofo, su questo «non siamo ancora arrivati a una visione condivisa e spesso ci proponiamo con un assemblaggio di opinioni che è la nostra debolezza». Laici allo sbando, insomma? «Quando si accusano gli altri di supplenza, generalmente la cosa nasce da una insufficienza di reazione culturale».
Chi fa autocritica, chi sceglie il silenzio e chi, come Marco Follini, riconosce alla Chiesa di «saper interpretare un certo senso comune», ma ora teme che il centrosinistra si rassegni alla sudditanza e «regali al centrodestra» il rapporto privilegiato con i cattolici. Non vede invasioni di campo da parte dei vescovi? «No, siamo nel terreno dell’esercizio. della parola».
Doveva essere scandalo per l’apertura del Museion. E scandalo è stato. La rana crocifissa ha provocato una bufera politica e la reazione del vescovo Egger, che accusa: «I sentimenti religiosi vanno rispettati»
La rana crocifissa di Martin Kippenberger («Zuerst die Füsse», Prima i piedi) installata proprio nell’atrio ha provocato una bufera politica e soprattuto la reazione del vescovo Wilhelm Egger, che accusa: «Esiste il diritto che i propri sentimenti religiosi vengano rispettati». Ma ieri è stato anche il giorno della conferma del successo della nuova sede: altre 3850 persone, che si aggiungono ai 6500 visitatori di sabato.
In tutto, 10.350. «Due giornate memorabili», festeggiano Antonio Lampis (direttore della ripartizione provinciale e vicepresidente della Fondazione Museion), e la curatrice Letizia Ragaglia. Tornando alla polemica, se Luis Durnwalder rimprovera «mancanza di rispetto», l’assessore Sabina Kasslatter Mur parla di «una provocazione, ma è prerogativa dell’arte». Code sia sabato che domenica davanti al nuovo Museion per visitare la mostra «Sguardo periferico & Corpo collettivo», per poi uscire, provare le passerelle, pranzare alla caffetteria.
La mostra, appunto. Avere scelto la hall del Museion, la parete sopra la biglietteria, per esporre la scultura-scandalo di Kippenberger non sarà stato certo casuale. Una rana verde crocifissa, con in mano un boccale di birra e un uovo sodo. Questo il «benvenuti» scelto per la presentazione del Museion alla città. E’ una scultura del 1990, ricordano dallo staff, abbondantemente conosciuta, ma in terra cattolica come l’Alto Adige la provocazione centra il bersaglio. Prima ancora delle reazioni politiche, ieri sono stati i visitatori a protestare, a chiedere informazioni con frequenza tale che lo staff ha dovuto fare un mini-corso improvvisato per il personale di sala con le informazioni base sull’artista e il significato dell’opera. Come riassume Antonio Lampis, «una crocifissione è sempre un invito a riflettere sulla sofferenza».
Ieri poi è arrivata la presa di posizione del vescovo Egger: «La rana crocifissa ha stupito tanti visitatori del Museion e li ha feriti nei loro sentimenti religiosi. Anche se l’autore e il Museion non hanno avuto questo scopo, esiste il diritto che i propri sentimenti religiosi vengano rispettati. Oggi i simboli della fede cristiana vengono spesso disprezzati. Oggi giorno però è fondamentale il rispetto per i simboli e i sentimenti religiosi. Una mostra di opere simili non aiuta la pace tra le culture e le religioni».
Severo il presidente Durnwalder: «Una mancanza di rispetto. L’artista non deve essere del tutto a posto, se concepisce un’opera così». Il governatore Svp Luis Durnwalder ha
proposto la rimozione dell’opera: “Si tratta – ha detto – di una offesa”. E soprattutto ha criticato la collocazione così centrale. Ma l’assessore Sabina Kasslatter Mur, che pure parla di «provocazione» ricorda che questa è esattamente la prerogativa dell’arte. La direttrice Corinne Diserens nel discorso inaugurale ha rivendicato la missione del Museion di effettuare scelte coraggiose.
E così Lampis: «In qualsiasi evento di arte contemporanea incontri opere, più o meno forti, sulla religione. Fa parte della vita delle persone, è normale che entri come ingrediente dell’arte. La società si sta abituando ad avere una ipersensibilità su certi temi, ma nessuno può sentirsi offeso da un’opera». Tra le voci contro, Alessandro Urzì, presidente di An: «L’arte può considerarsi immune dalla legge? Il vilipendio della religione e la blasfemia possono ottenere deroghe se esercitati in contesto artistico?». Reazioni corali dalla destra tedesca agi Schützen, con l’Ufs che chiede le dimissioni dell’assessore Kasslatter Mur. Alberto Berger (Unione cristiana imprenditori dirigenti) chiede al sindaco di intervenire perché la scultura venga «rimossa per riesporla eventualmente in un corretto contesto, con l’adeguata spiegazione sul travaglio dell’autore».
Un patto di potere tra la destra e la religione cattolica, un’alleanza che mette a rischio i fondamenti dello stato laico e minaccia la Chiesa stessa. Perché la tentazione del potere è «demoniaca» e sempre, nella storia, è stata all’origine di «misfatti ». Alla vigilia della settimana della Conferenza episcopale Massimo D’Alema conclude la summer school della Fondazione Italianieuropei parlando a braccio di «Religione e democrazia in Europa e negli Stati Uniti »: un’articolata analisi storica che parte dalla crisi della globalizzazione e si conclude con severe considerazioni, quasi una riscossa laica destinata a sollevare un’ondata polemica, nel rapporto con la maggioranza come dentro il Pd. I Teodem sono preoccupati e i cattolici democratici sospettano il tentativo di spostare verso sinistra il baricentro del partito riformista. D’Alema e la «questione cattolica », dunque. Dopo aver ascoltato per tre giorni filosofi come Remo Bodei, Charles Larmore e Tzvetan Todorov, il presidente di Italianieuropei fa sua l’affermazione di quest’ultimo «bisogna aver paura di chi ha paura» e la critica al presidente francese Sarkozy. Il quale, neanche fosse «un cardinale», torna a fare della religione cattolica «un affare di Stato». D’Alema parte da qui, identifica nel fallimento delle grandi ideologie del ‘900 una delle ragioni del ritrovato peso pubblico della fede nelle società «smarrite, imbarbarite, disumanizzate » e osserva che la destra politica, negli ultimi anni, ha preso a prestito la religione come «cemento».
Ed è riuscita a intercettare il «prepotente ritorno di un voto politico identitario, mosso da paure ma anche da passioni». Non è in discussione l’apporto dei cattolici alla vita pubblica, chiarisce l’ex premier e cita a modello cinquant’anni di Dc in cui la laicità è stata garantita. Il problema è più complesso e riguarda il rischio del fondamentalismo e la necessità che i credenti conservino il pluralismo delle scelte politiche «senza fissarsi nell’ortodossia e nel compromesso con il potere». «E’ da temersi — avverte D’Alema — che la Chiesa ceda alla tentazione del potere e che il peso politico dei cattolici si indirizzi da una parte per ottenere in cambio la tutela giuridica di principi e valori, come aborto o fecondazione, perché diventino leggi imposte a tutti colpendo la laicità dello Stato». Analizzando i dati della sconfitta D’Alema si è convinto che la destra sia stata «migliore interprete di quel che si muoveva nel fondo della società occidentale» e abbia saputo offrire «una risposta che si basa sull’alleanza tra potere e religione ». E qui il presidente vede il rischio che lo Stato entri in collisione con le garanzie di libertà e pluralismo che sono a fondamento delle democrazie. Poi la frase che molti hanno letto come un attacco a Ratzinger: «La tentazione del potere è demoniaca e sempre, nella storia della Chiesa, è stata all’origine di misfatti, di cui Giovanni Paolo II ha dovuto chiedere perdono». Chiudendo i lavori il padrone di casa rivendica le «buone ragioni » dei laici, ammonisce che «il sogno regressivo di una società monoreligiosa finirebbe per mettere in discussione la democrazia » ma si stanca di coltivare la speranza di un «dialogo fecondo» con i cattolici. Saluti, ringraziamenti a studenti e docenti e una rassicurazione per Veltroni. La Fondazione «non assumerà una caratterizzazione partitica» e non si chiuderà in dibattiti «di sezione», ma chi la teme non speri che il presidente si rassegni a dar vita a un «monastero benedettino»…
M.Gu.
International Summer School di Filosofia e Politica sul tema “Religione e Democrazia”
Trent’anni fa con una «seduta in Senato in un clima più disteso» si conclude la «lunga lotta» delle donne per l’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Si «definitivo per l’aborto», titola l’Unità del 19 maggio 1978, il giorno seguente l’approvazione della legge 194. La nuova legge vedrà la luce il 22 maggio con la promulgazione del presidente della Repubblica, nonostante la richiesta del Comitato promotore del Referendum e il Movimento per la vita ne avessero chiesto fino all’ultimo il rinvio.
Con 160 voti favorevoli e 148 contrari, il 19 maggio vengono definitivamente abrogate le norme fasciste del codice Rocco che considerava l’aborto «delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe». Votano a favore della legge 194 comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali, e indipendenti di sinistra. Votano contro «come previsto» Dc Svp, e i due tronconi dell’Msi.
Ma quello che si evince anche dall’articolo pubblicato il giorno seguente sull’Unità è che la vera novità sta nel clima più disteso che contraddistingue la votazione del Senato diversamente da quanto avvenuto nelle 36 ore di dibattito alla Camera. «In questo modo, dichiarava il vicepresidente del Senato Dario Valori – il Parlamento ha dato prova di grande senso di responsabilità e di grande impegno, affrontando e concludendo una materia assai delicata per evitare al Paese un traumatico scontro».
Iter extraparlamentare della 194
Ma non è certo un clima disteso quello che ha portato dopo sette anni di lotte extraparlamentari all’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza. Dalla prima manifestazione romana del 1971 in cui le donne del neo costituito Movimento per Liberazione della donna raccolgono firme per depenalizzare l’aborto, alla più vasta mobilitazione del 5 giugno 1973 contro il processo di Padova a Gigliola Pierobon per procurato aborto, le donne lottano perché la maternità diventi una scelta ma soprattutto perché l’aborto non sia più reato.
Iter parlamentare della legge
L’iter parlamentare della legge, invece, dimostra non soltanto l’arroccamento dei cattolici su posizioni “repressive” nei confronti delle donne, ma anche quanto la politica non fosse pronta ad accogliere le donne come soggetti lavorativi e non “riproduttivi”. A spiegarlo è un documento del Movimento per la Liberazione della donna divulgato in quei giorni che accusa la politica di considerare «l’aborto come infortunio sul lavoro». Solo l’11 febbraio del 1973, 5 anni prima dell’approvazione della 194, infatti, la prima proposta di depenalizzare l’aborto del deputato socialista Loris Fortuna, promotore anche della legge sul divorzio, non era passata al Senato e aveva raccolto solo 80 firme.
Ma ad aprire la strada alla legge 194 concorrono però nel corso degli anni vari fattori, non ultimo la sempre maggiore presa di coscienza delle donne e l’uscita allo scoperto dei casi di aborto clandestino.
Il dibattito si sposta così dalla scelta della maternità da parte delle donne alla salute femminile. Quello che le donne chiedono non è più soltanto la depenalizzazione per poter abortire senza essere considerate boia ma anche l’assistenza gratuita per mettere fine alle morti causate dagli aborti clandestini. Le donne si battono, insomma, perché l’intervento abortivo venga considerato alla stregua di ogni altra cura medica da assicurare a chi ne abbia bisogno. Poi, nel ‘75, fanno particolare scalpore gli arresti del segretario radicale Gianfranco Spadaccia, accusato di aver organizzato aborti clandestini in una clinica di Firenze, e delle militanti Adele Faccio e Emma Bonino, che si autodenunciano. Questa linea di autodenuncia viene sottoscritta poi dallo slogan che apre la manifestazione del 12 gennaio 1975 a Firenze che dice: «Fuori le donne che hanno abortito, dentro Fanfani e tutto il suo partito».
E a proposito di salute solo un mese dopo Firenze la Corte di Cassazione si pronuncia a favore dell’interruzione di gravidanza, non punibile come reato nel caso in cui la donna sia in pericolo di vita e invita il Parlamento a legiferare partendo dal principio che «non si può dare al concepito una prevalenza totale ed assoluta» rispetto al corpo della donna.
La strada all’abrogazione del codice Rocco in materia di aborto si fa più breve, dunque, ed è facile testarlo. Il 1974 si apre con la vittoria dei “no” al referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio. L’Italia sembra pronta a parlare di “diritti delle donne”. E nel 19 maggio del 1975 -con la legge 151 che riforma il diritto di famiglia -viene attuata l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
Ma la vera partita si gioca il 14 aprile alla Camera. Solo un mese prima di quel dibattito disteso di cui parla l’Unità, infatti, Pci e Dc vengono accusati di scambiarsi voti e «massacrare la legge» in un clima tutt’altro che sereno. La Camera mette ai voti il testo della 194 dopo 36 ore di discussione.
Sarà Pietro Ingrao a convocare una seduta dei capigruppo e a trovare l’accordo con i Radicali. In cambio della fine del loro ostruzionismo Ingrao promette il referendum sul finanziamento pubblico cui verrà aggiunto il quesito di abrogazione della legge Reale sulle armi.
La 194 passa così con 308 voti favorevoli: quelli del Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli e di un drappello di democristiani. Votano contro 275 deputati: quasi tutta la Dc, i Radicali, l’Msi, il Pdup-Dp.
Il testo
Ma il testo che esce dalla votazione non è più quello che si era iniziato a scrivere fin dal 1977 con l’impegno di una commissione parlamentare mista e trasversale. Ma il testo anche così presentato ottiene comunque la fiducia della Camera, dimostrando quel clima di “solidarietà nazionale” ritrovato dopo l’omicidio Moro.
Ma la legge scontenta tutti seppur nel clima di vittoria. La Dc viene accusata dal Vaticano per aver ritirato le clausole che definivano l’aborto un crimine. Le donne, soprattutto quelle dell’Udi gridano al massacro del testo così come loro l’avevano voluto soprattutto in tema di “libertà femminile” e di autodeterminazione. Il più criticato è l’articolo sull’obiezione di coscienza che permette ai medici che non siano d’accordo con la legge la possibilità di non applicarla.
Alessia Grossi
«Il patrocinio al Gay Pride? Non sono orientata a darlo. Non servono, i Gay Pride». È questa la posizione espressa dal ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna al Corriere della Sera. «Hanno obiettivi che non condivido. Io – spiega l’esponente del governo – sono pronta ad occuparmi di contrasto alle forme di discriminazione e di violenza. Sono pronta a dare patrocini a seminari e convegni che si occupano di questi problemi».
Ma sulle dichiarazioni della Carfagna è bufera. «Come fa la Carfagna a sostenere che non esistono discriminazioni sui luoghi di lavoro per le persone omosessuali?», si domanda il presidente nazionale di Arcigay Aurelio Mancuso. «Come comunità omosessuale – attacca Mancuso – avremmo tanto bisogno di un ministro delle Pari Opportunità che sia al corrente del ruolo che ricopre. Invece, dalle prime uscite ufficiali come ministro di Mara Carfagna abbiamo sempre più l’impressione che non sappia dove si trova». «Saremmo tanto curiosi di sapere quali sono i gay che la Carfagna dice di conoscere e in quale mondo ella vive, perché ci pare che abbia una percezione della realtà del tutto distorta – aggiunge Mancuso -».
Arcigay chiede quindi un incontro alla Carfagna affinchè «il ministro possa emanciparsi dal ruolo di matrigna, distaccarsi dal mondo delle favole e ritornare tra i comuni mortali, che hanno bisogno di risposte concrete, non di consunte e provocatorie esternazioni sui giornali. Per questo sarebbe bene che un principe la baci e la svegli». Anche il giudizio del Pd sulla Carfagna è critico: «Il gaypride non è altro che una giornata di rivendicazione dei diritti delle persone omossessuali, credo che la ministra Carfagna farebbe bene a partecipare», suggerisce polemicamente al ministro per le Pari opportunità la sua collega del governo-ombra, la senatrice Vittoria Franco.
Sulla stessa linea il socialista Franco Grillini, leader storico di Arcigay, intervenuto ai microfoni di Ecotv:
«Mi sembra che per il ministro Mara Carfagna sia più facile sparare a zero sul Gay Pride utilizzando i soliti pregiudizi, stereotipi e luoghi comuni anzichè svolgere una positiva attività di governo». «Le sue sono solo due battutacce da bar – aggiunge Grillini – che confermano quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità». Apprezzamenti alla Carfagna giungono invece dall’Udc. Il deputato Luca Volontè è netto: «Le stravaganti connivenze politiche con i sindacati gay di sinistra sono finiteè una buona notizia. Nell’ultimo anno – aggiunge Volontè – oltre ai patrocini per sfilate e baccanali fuori stagione, abbiamo visto sponsorizzare dalle istituzioni pubbliche mostruosità blasfeme di ogni tipo».
Il popolo omosessuale contro Mara Carfagna. Il neoministro per le Pari opportunità annuncia che non darà il patrocinio al Gay Pride nazionale, in programma a Bologna il 28 giugno, e contro di lei si scatena la moltitudine dei «diversamente orientati», più una nutrita rappresentanza dell’opposizione.
«L’omosessualità non è più un problema – dice la Carfagna al Corriere della Sera – oggi l’integrazione nella società esiste. I miei amici gay non mi descrivono una realtà così tetra nel nostro Paese, ma se l’unico obiettivo del Gay Pride è arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, non posso essere d’accordo. Sono pronta ad agire su casi concreti, però sono molti altri i problemi di pari opportunità: donne, disabili, anziani, bambini».
Una dichiarazione che dimostra, per il presidente nazionale di Arcigay, che il ministro vive «nel mondo delle favole». Aurelio Mancuso fa un mix di fiabe e paragona la Carfagna alla matrigna di Cenerentola, augurandosi «che un principe la baci e la svegli», come la Bella Addormentata. A questo punto, dice, Silvio Berlusconi deve chiarire la linea del governo. Le «battutacce da bar» del ministro, attacca il leader storico dell’Arcigay Franco Grillini, confermano «quanto la destra italiana sia omofoba e non ami la diversità». Manuela Palermi del Pdci accosta le discriminazioni dei gay ai campi nomadi bruciati e ammonisce: «il nazismo cominciò così». E Vladimir Luxuria, ex deputata indipendente del Prc, accusa la Carfagna di guidare «un ministero inutile che di fatto non ci rappresenta».
La titolare per le Pari opportunità reagisce, ribadendo al «signor Vladimiro Guadagno» che il suo ministero ha come priorità i problemi di chi «è veramente discriminato»: donne lavoratrici e madri, minori, anziani e portatori di handicap. E non si deve confondere «con l’ufficio stampa e propaganda del movimento lgbt». Dove la sigla sta per lesbiche, gay, bisex e transessuali. Luxuria non si arrende, e il botta e risposta prosegue: «Visto che sembra non vivere in questo mondo, la invito a scambiare innocenti effusioni sentimentali con un’altra donna in pubblico per rendersi conto che l’omosessualità continuerà a essere un problema finché è la società a crearci problemi». Barbara Pollastrini, che sedeva al posto della Carfagna nel governo Prodi, la avverte: «contrapporre diritto a diritto, dovere a dovere è quanto di più miope e ingannevole possa fare la politica».
Non sarà che la formula della kermesse dell’orgoglio omosex è vecchia e inefficace? Se lo chiede Antonio Mazzocchi, presidente dei Cristiano Riformisti del Pdl, a 8 anni dal World Gay Pride fatto a Roma, tra mille polemiche, nell’anno del Giubileo. «Non mi risulta che grazie a questo discutibile strumento siano stati risolti i problemi delle discriminazioni omofobiche. Sarà il caso di dare un’inversione di rotta e finanziare iniziative che si occupino realmente di combattere quelle violenze che colpiscono soprattutto la comunità glbt?». La sigla torna, ormai è nel lessico comune. Il Gay Pride è «una iniziativa censurabile, che non merita il patrocinio del ministero delle Pari opportunità»: concorda con la Carfagna Isabella Bertolini del Pdl. Opposto il parere di Vittoria Franco, ministro-ombra per le Pari opportunità del Pd: «Il Gay Pride non è altro che una giornata di rivendicazione dei diritti delle persone omosessuali, la Carfagna farebbe bene a partecipare». Dicendo no, per Fabio Evangelisti dell’Idv, «in un sol colpo è riuscita a sconfessare il mandato del proprio ministero e i propositi della propria formazione politica». Ma anche nel Pd c’è chi, come Marco Follini, ha qualche dubbio: «Il Gay Pride è un diritto degli omosessuali ma il patrocinio non è un dovere del governo». Dal suo ex partito, l’Udc, Luca Volontè giudica «stravaganti critiche di sinistra e gay contro la corretta decisione» della Carfagna e le perplessità anche del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, sul «Pride carnevalesco».
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(L’opinione) Quando relativismo è sinonimo di tolleranza. Rispondendo a un lettore nella rubrica delle
lettere sul Corriere della Sera di sabato scorso, Sergio Romano divaga per quattro colonne su Gianfranco Fini, sul suo percorso politico, sul discorso di insediamento alla Presidenza della Camera e altro ancora. Solo alla fine, nelle ultime 5 righe, è costretto infine a rispondere alla domanda che il lettore gli aveva posto. Il signor Lucio Scenna, insegnante di storia e filosofia in un liceo di Pescara, lamenta il fatto di essere considerato un cittadino “pericoloso per la libertà” in quanto sostenitore del “relativismo etico”. L’ambasciatore Romano, con l’abilità maturata in tanti anni di carriera diplomatica, “osserva semplicemente” che il relativismo culturale, per quanto lo concerne, si chiama “tolleranza”.
Ma come, osserva semplicemente ? Come sarebbe a dire, tolleranza ? Se davvero le cose stanno così, ciò significa che gli avversari del relativismo sono i fautori dell’intolleranza. E’ proprio questo il pensiero di Sergio Romano ? Se egli, commentatore di ispirazione laica e liberale, davvero lo crede, dovrebbe scriverlo non nella rubrica delle lettere (in posizione quasi invisibile) bensì negli editoriali di prima pagina. Per essere coraggioso e coerente, Romano dovrebbe respingere con forza i quotidiani attacchi di Papa Benedetto XVI al relativismo, quali pericolosi semi di intolleranza gettati ogni giorno nella società italiana. Altro che “indiscussa autorità spirituale dell’Occidente”, altro che “guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano”, come lo ha definito Fini.
Se invece Romano si limita a confinare in poche righe la sua opinione su una delle questioni culturali cruciali del nostro tempo, evidentemente una ragione c’è. Essa consiste nell’estrema timidezza del pensiero laico e liberale in Italia, ma soprattutto nella sua debolezza politica.
“Laici in ginocchio” è il felice titolo di un saggio di Carlo Augusto Viano, che descrive assai bene questa attitudine di una gran parte della nostra classe dirigente, anche di sinistra, subalterna alle gerarchie vaticane innanzitutto per mentalità, ancor prima che per fede religiosa. Non solo i cattolici liberali e i cattolici democratici sono sempre più rari: anche buona parte della cultura laica sembra rassegnata all’egemonia dei religiosi sulla vita pubblica nazionale. Le eccezioni sono pochissime.
Non è male ricordare che la legge sul divorzio portava anche la firma di un liberale, Antonio Baslini, che era solito raccontare divertito delle pressioni iniziali provenienti da Malagodi e dai suoi, affinché desistesse dai suoi insani propositi. I nostri elettori milanesi sono tutti cattolici, dicevano, non sarai più rieletto deputato. Il divorzio favorirà “i comunisti”. Ma Baslini non si lasciò intimidire. Ecco: del coraggio e della coerenza di un liberale come Antonio Baslini vi sarebbe un gran bisogno oggi nella politica italiana. Ma nell’attuale classe dirigente non ve ne è quasi traccia.
Alessandro Litta Modignani