di TOMMASO CERNO
«A Udine era tutto pronto, poi l’atto di Sacconi ha portato a nuove verifiche». Ma in un paese come l’Italia «arrivo a pensare che non ci sia un minimo di civiltà, poichè non lasciare attuare sentenze passate in giudicato è preoccupante per una nazione». E’ un appello quello che Beppino Englaro, il padre di Eluana in stato vegetativo da diciassette anni, ha lanciato ieri dagli schermi di RaiTre ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Papà Beppino rompe, dunque, il silenzio. Un silenzio che lui stesso aveva invocato, mai ascoltato dalla politica che ha continuato a fare polemiche sul caso Eluana. Ma lo fa senza entrare nello scontro. Le uniche parole critiche che pronuncia rispetto al dibattito nazionale sulla sospensione delle terapie per la figlia Eluana è riferito a chi, nei giorni scorsi, aveva parlato di una possibile nutrizione naturale per la donna in coma dal ’92. «Deliri», ha tagliato corto il padre, spiegando che mai da quel lontano 18 gennaio 1992 Eluana ha potuto nutrirsi. E che, al contrario, è tenuta in vita alla clinica Talamoni di Lecco da un’alimentazione forzata «che la Cassazione ha stabilito essere un presidio terapeutico – ha aggiunto Englaro – e in quanto tale soggetto al consenso informato, cioè alla necessità che il paziente sia d’accordo con la terapia». Una eventualità che Eluana aveva escluso, ha ricordato, come dimostra l’esito del lungo iter giudiziario che ha stabilito come la volontà della donna in stato vegetativo fosse quella di non subire cure a oltranza. «Oggi – ha continuato Beppino Englaro – sono trascorsi esattamente 6203 giorni dall’incidente stradale di Eluana. Noi sapevamo cosa voleva se si fosse trovata in tali condizioni di coma persistente, ma ancora non siamo in grado di rispettare la sua volontà nonostante siano stati percorsi tutti i gradi della giustizia». E questo perché dopo il via libera della clinica Città di Udine, che a dicembre ha sottoscritto il protocollo per la sospensione delle terapie curato dagli avvocati di Englaro Vittorio Angiolini e Giuseppe Campeis, l’atto di Sacconi ha portato a un rinvio della decisione per «verifiche tecniche che sono ancora in corso». Lo stato vegetativo, ha aggiunto «non esiste in natura ma è lo sbocco possibile dei protocolli rianimativi. Questi protocolli Eluana li conosceva e non li accettava». La sentenza di Cassazione, aggiunge, «dice che nessuno può essere costretto a vivere senza limiti. Parliamo del sacrosanto diritto di lasciarsi morire, che è riconosciuto». Quanto alla scelta della via del diritto per affermare la volontà di Eluana, «la vera libertà – ha detto Englaro – è dentro la società e per noi è stato naturale scegliere la via del diritto e non altre strade. Quello che è mancato, invece, è la possibilità di venire incontro alle libertà fondamentali delle persone». E sul testamento biologico mira a «non creare situazioni di discrimine – conclude –. Deve essere una legge molto semplice e attenta, perchè i paletti ora posti non hanno senso».

Pubblicato da liberalix 

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