La legge salva-preti

17 Giugno, 2008

(La Stampa.it)

Via libera alla norma salva-preti (pedofili e non)

È, per altro verso, assolutamente peculiare che il governo nella nuova normativa sulle intercettazioni, pensando forse ai reati di pedofilia ed alle relative, frequenti, indagini penali, si sia specificamente preoccupato di dettagliare che, quando emerge un reato nei confronti di un sacerdote, dev’essere immediatamente avvertito il vescovo, e quando emerge un reato a carico di un vescovo dev’essere avvertito il Vaticano.

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Quando il Papa piace ai Laici

9 Giugno, 2008

(Corriere.it)

di Pierluigi Battista

Questa volta Papa Ratzinger è piaciuto ai laici. E siccome è piaciuto ai laici, in quest’occasione non si sono sentite le consuete vibrate proteste contro l’indebita «interferenza » vaticana o contro l’inammissibile «intromissione » ecclesiastica negli affari di uno Stato geloso della propria laicità. Non un proclama. Nemmeno una voce, se non quella solitaria dei radicali cui, si sa, non difetta la coerenza.

Eppure i retroscena politici sono concordi nel riconoscere alla moral suasion esercitata dal Vaticano uno dei motivi che hanno indotto il premier Berlusconi, alla vigilia dell’incontro con Benedetto XVI, a sfumare la sua posizione sul reato di immigrazione clandestina. Del resto se, come sembra, i retroscena dicono il vero, non sarebbe una cattiva notizia. Che il capo del governo, su una materia anch’essa, come usa dire, eticamente sensibile, ascolti il parere di un’autorità morale come la Chiesa cattolica (per poi decidere in piena autonomia) è un segno di attenzione culturale non banale. Un’attenzione estesa ai pareri dell’opposizione, degli organismi internazionali, di tutto il mondo culturale su un tema così fondamentale per la dignità umana da richiedere sensibilità, una durezza mai disgiunta da un minimo di pietas, una soluzione pragmatica e non l’esibizione di un vessillo ideologico. Parlare con la Chiesa (come con tutti) dunque si può. Ascoltarne i suggerimenti (come quelli di tutti) non è in quanto tale sintomo di lesa laicità. Riconoscerne l’autorevolezza non è un segno di subalternità neoclericale.
Proprio il silenzio di questi giorni, se confrontato al clamore che ha accompagnato casi analoghi, significa però che il riconoscimento di un tale principio è soggetto alle volubili intermittenze della ragion politica.

Che il tener conto delle obiezioni della Chiesa per poi decidere nel pieno rispetto del carattere laico dello Stato è una regola buona solo a seconda delle convenienze. Se è infatti legittimo il monito cattolico sulla riduzione della semplice clandestinità a reato passibile di sanzioni carcerarie, come possono diventare illegittimi i suoi interventi su altre materie sulle quali lo Stato deve legiferare? Se la Chiesa dice la sua sul trattamento degli immigrati clandestini, o sull’amnistia, oppure sulla spedizione italiana in Iraq (su temi insomma sempre molto cari alla sinistra), è giusto fare attenzione, e se invece interviene sull’aborto, o sull’eutanasia, allora bisogna fermamente rintuzzare l’attacco allo Stato laico?
Questo doppio standard nasce dalla difficoltà di ammettere che non esistono leggi dello Stato eticamente «neutrali», sulle quali l’intervento della Chiesa sarebbe arbitrario, e altre così cariche di valori morali da permettere anche alla Chiesa di esprimersi. Il modo di trattare i clandestini o la difesa intransigente della pace avrebbero una valenza morale. Ma non l’aborto, l’eutanasia, rubricate a intangibile sfera dei «diritti civili » e, perciò, in quanto tali di esclusiva pertinenza della sfera laica. Invece il diritto di intervento culturale e morale da parte dell’autorità cattolica non può essere dimezzato, sebbene una regola molto semplice faccia fatica a imporsi in Italia: nella discussione sui valori che ispirano le leggi ogni voce è libera, ma nella decisione è invece libero lo Stato. Da oggi, forse, c’è una ragione in più per sostenerla.


Impotenti

8 Giugno, 2008

(Corriere.it)

Codice di diritto canonico: Can. 1084 – §1. L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio.

Nozze vietate a viterbo

Quando la Chiesa esclude i disabili

Lui è semiparalizzato dopo un incidente, il vescovo di Viterbo nega il matrimonio

Se il «Padre Nostro» riesce a dire tutto in 56 parole, non ne sono bastate il quadruplo al Vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli. Il monsignore doveva spiegare perché ha rifiutato il matrimonio religioso a un ragazzo che, semiparalizzato in un incidente stradale, forse non potrà mai avere dei figli. Ha preferito evitarlo.

Il comunicato della Curia rivendica che la scelta è stata fatta con «attenzione e amore», «rispetto e discrezione». Che le «notizie di stampa circa decisioni ecclesiastiche e divieti in ordine alla celebrazione di un matrimonio debbono indubbiamente qualificarsi non solo come infondate, ma anche come un’operazione di sciacallaggio». Che «sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende né da discrezionalità di giudizio né da intenzionalità dei soggetti». Che «la riservatezza è d’obbligo e la privacy è diritto». Che «tutto è stato fatto nella condivisione sincera della situazione e con ogni attenzione umana e cristiana». Perché sia stata presa quella decisione, una coltellata nell’anima di quel ragazzo di 25 anni già ferito nel corpo dallo schianto ai primi di maggio, non è spiegato affatto. Come non è spiegato perché, dopo avere ottenuto una lettera in cui i due giovani fidanzati confermavano per iscritto la loro volontà di sposarsi nonostante il colpo durissimo che avevano subito, monsignor Chiarinelli non abbia avvertito l’opportunità di ascoltarli di persona.

La sua risposta, ha scritto Arnaldo Sassi sul Messaggero, è stata «non possumus », senza tanti giri di parole, perché non è certa, da parte di lui, la capacità di procreare. «Impotenza copulativa ». I due ragazzi si sono sposati lo stesso, ieri mattina, nell’ospedale romano dove lui è ancora ricoverato. Matrimonio civile. Nel giorno stesso in cui erano state fissate le nozze prima di quel terribile incidente stradale. Hanno giurato di amarsi e rispettarsi nella buona e nella cattiva sorte, che già li ha messi alla prova. E dicono le agenzie che hanno levato il calice in un brindisi e tagliato la torta e sorriso tra parenti e infermieri. Dio li benedica. E’ un peccato, però, che il vescovo non abbia sentito il bisogno di spiegare meglio la scelta fatta. Non solo per quei due sposi respinti, ai quali resterà per tutta la vita l’amaro in bocca, ma per tanti credenti che, con tutto il rispetto per madre Chiesa magistra vitae e la sua secolare saggezza, faticano a capire.

Tanto più che la storia dei rapporti con la disabilità ha visto straordinari esempi di generosissima dedizione di preti e suore e cristiani al capezzale di chi soffre. Ma è stata segnata anche da una serie di incomprensioni e ostilità che, rilette con gli occhi di oggi, gelano il sangue. Basti ricordare come la deformità, nonostante grandi figure quali sant’Ermanno il Rattrappito (il quale era tutto storto, gobbo, incapace perfino di stare seduto ed era stato dai medici dell’epoca catalogato quasi come un demente, ma era un santo) sia stata per secoli associata al male, al peccato, all’offesa a Dio. E non si trattava solo di rappresentazioni iconografiche in cui Satana era storpio, orrendo, mostruoso. San Gregorio Magno, che aveva un’idea del corpo quale una specie di involucro ripugnante che ricopre l’essenza, era convinto che «un’anima sana non albergherà mai in una dimora malata ». Le leggende medievali bollavano i deformi come frutti del peccato e il « Malleus maleficarum », cioè quella specie di manuale di caccia alle streghe redatto nel 1486 dai domenicani Jacob Sprenger ed Heinrich Kramer, arrivò a ipotizzare che fossero concepiti in un rapporto carnale col demonio. Certo, la « Taxa camarae » di Leone X, il tariffario delle indulgenze dove si legge che «i laici contraffatti o deformi che vogliano ricevere ordini sacri e possedere benefici, pagheranno alla cancelleria apostolica 58 libbre» e che «uguale somma pagherà il guercio dell’occhio destro, mentre il guercio dell’occhio sinistro pagherà al Papa 10 libbre», sarebbe un documento falso o per lo meno «aggiustato » per ragioni polemiche dai luterani.

Ma è lo stesso Catechismo Tridentino a disciplinare, a proposito dell’Ordine sacerdotale, che «non devono essere promossi agli ordini i deformi per qualche grave vizio corporale e gli storpi. La deformità ha qualcosa di ripugnante e questa menomazione può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti ». Quest’idea dell’interferenza del Male nella disabilità, già presente in Dante quando parla dell’epilessia («E quale è quei che cade, e non sa como / per forza di demon ch’a terra il tira») è rimasta a lungo, purtroppo, conficcata nella carne stessa di tanti cristiani. Lo dice la delibera del IV Concilio del Laterano dove si rileva che «l’infermità del corpo a volte proviene dal peccato». Lo conferma il saggio dell’enciclopedia Treccani su «Infirmitas, terapia spirituale e medicina» dove si spiega che la malattia è per molto tempo «uno dei tria mala che caratterizzano la natura e la storia dell’uomo da quando Adamo, con il peccato, ha perduto per sé e per la sua progenie anche l’integrità del corpo di cui godeva».

«E’ l’operato diabolico che ingenera, favorisce e aggrava le malattie nervose, l’isteria, l’epilessia e la follia ma, come l’acqua santa del battesimo scaccia il demonio e lo stesso elemento, spruzzato “sui frutti della terra, sulle viti e sugli alberi, sulle abitazioni dell’uomo, sulle stalle e sulle greggi” è “rimedio e soccorso contro i malefici di Satana”» scrive Paolo Sorcinelli nel libro «Il corpo e l’acqua», «Ugualmente, nei casi delle malattie della psiche, insieme al medico va chiamato anche il sacerdote e le medicine, prima di venir sommi-nistrate, devono essere benedette e asperse con l’acqua santa». Certo, è cambiato tutto. E mille uomini di Chiesa hanno dato mille volte prova di avere oggi un rapporto con la disabilità generoso, spesso eroico e profondamente diverso dal passato. Proprio per questo, però, davanti a un episodio che ferisce due ragazzi già provati dal dolore come quei due sposini di Viterbo, uno si chiede: ma perché?

Gian Antonio Stella


Il salario dei parroci

6 Giugno, 2008

(radicali.it)

da Corriere della Sera del 2 giugno 2008, pag. 25

di Sergio Romano

Non posso essere del tutto d’accordo con la risposta da lei data al lettore sul tema dell’otto per mille. Per una semplice constatazione. Nella sua analisi non ha tenuto conto della motivazione per la quale lo Stato italiano nel 1929 riconobbe una congrua ai sacerdoti. Mi riferisco all’esproprio dei beni della Chiesa operato dal neonato governo italiano in seguito alla caduta dello Stato Pontificio. I Patti Lateranensi furono una specie di concordato di pace tra Stato e Chiesa che giovava oltretutto ad entrambi. La congrua ai sacerdoti fu quindi una compensazione al valore dei beni sottratti alla Chiesa e non un benefit come si direbbe oggi. Se nel 1984 il governo Craxi avesse abolito tout court la congrua, avrebbe certamente operato un sopruso. Sarebbe stato come dire: «Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato». Non sono uno storico, tanto meno un accademico, pertanto posso avere espresso un giudizio inesatto. Mi sono solo affidato ai miei ricordi storici. Tuttavia se quanto da me ricordato ha un qualche fondamento sarebbe opportuno dare un giudizio più completo sul tema dell’otto per mille. Può gentilmente dire qualche cosa in merito ai lettori? Luigi Nale

Risponde Sergio Romano: Caro Nale, fra la confisca dei beni ecclesiastici e il pagamento della congrua non esiste alcun rapporto. Forse il miglior modo per rispondere ai suoi quesiti è quello di ricordare quali furono le tappe finanziarie dei rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa dopo l’ingresso dei bersaglieri a Porta Pia il 20 settembre 1870.

La soluzione adottata unilateralmente dal governo fu la Legge delle Guarentigie, approvata dal Parlamento il 13 marzo 1871. Furono definiti i poteri del Pontefice, le sue prerogative e gli impegni che l’Italia avrebbe assunto per consentirgli di esercitare le sue funzioni. Fu stabilito che l’Italia avrebbe rinunciato ad alcuni dei diritti che i sovrani avevano rivendicato e ottenuto nel corso dei loro secolari rapporti con la Chiesa di Roma: il controllo sulle leggi e sugli atti delle autorità ecclesiastiche, il giuramento di fedeltà dei vescovi, la preventiva autorizzazione del governo per la convocazione dei concili.

E venne promesso, infine, che lo Stato avrebbe corrisposto alla Chiesa, ogni anno, una dotazione pari a 3.225.000 lire. La Chiesa accettò di buon grado, pur senza dirlo esplicitamente, la rinuncia del potere secolare alle antiche pretese di molti sovrani europei, ma non volle accettare la dotazione. Vi era allora al vertice della Chiesa italiana la speranza che lo Stato dei Savoia avrebbe avuto vita breve e che la Santa Sede avrebbe riconquistato nel giro di qualche anno, con l’aiuto delle potenze cattoliche, i territori perduti.

Quando cominciarono i negoziati per la Conciliazione, dopo l’avvento di Mussolini al potere, esisteva quindi un irrisolto problema finanziario.

La somma delle dotazioni annuali non percepite e dei relativi interessi ammontava a 3.160.501.112,76 lire, ma i tempi della prescrizione avevano ridotto considerevolmente il debito dello Stato italiano.

I negoziatori concordarono una via di mezzo: 750 milioni in contanti e un miliardo di consolidato 5 per cento al portatore.

La congrua, tuttavia, non ebbe alcuna parte nella trattativa per la semplice ragione che lo Stato aveva cominciato a pagarla, di sua iniziativa, molti anni prima. Per comprendere quella decisione occorre ricordare che la classe dirigente dello Stato liberale considerava i parroci come una categoria a sé, diversa da quella delle Congregazioni e degli Ordini monastici. Mentre questi ultimi erano stati strenuamente anti-unitari, i parroci si erano dimostrati, soprattutto durante le due guerre del primo Novecento (la guerra di Libia e la Grande guerra), straordinariamente patriottici. Lo Stato colpì prevalentemente i beni degli ordini monastici e se ne servì per costruire le scuole e gli ospedali di cui il Paese aveva urgente bisogno. Ma considerò i parroci alla stregua di una funzione pubblica parallela, utile al benessere spirituale del Paese. E quando, nel 1984, ritenne, giustamente, che il pagamento del salario a un sacerdote non fosse compito del governo, si dette da fare per trovare un’altra formula.
Peccato che l’8 per mille sia anch’esso un aiuto di Stato e che la congrua rappresenti ormai soltanto un terzo della somma versata ogni anno alla Chiesa italiana.


Quando alla CEI scoppiarono dal ridere

3 Giugno, 2008

(MicroMega)

di Renzo Butazzi

Si stava tenendo la cinquantottesima assemblea della conferenza episcopale italiana alla quale partecipavano oltre trecento prelati di varia dignità vescovile. Per chi oggi non lo sapesse o non lo ricordasse, il consesso episcopale era alla guida della religione di stato, e per quanto possibile, ambiva alla guida dello stato medesimo, secondo le illuminate indicazioni del Santo Padre.
Fino ad allora, e dunque per cinquantasette assemblee pari a cinquantasette anni, era stata consuetudine che il convegno si tenesse in modo ordinato. Ogni argomento veniva approfondito e discusso pacatamente, secondo le regole della buona creanza, in piena armonia d’intenti e d’impegno tra i partecipanti.
Le battute maliziose o spiritose, anche a carico degli avversari, erano bandite e mai alcunché era stato pretesto o motivo d’ironia o, peggio, d’ilarità. Al di fuori del grande palazzo in cui si dibatteva su temi delicatissimi come la fede, la società, i rapporti tra la Chiesa e lo Stato non era mai filtrato il minimo rumore, fosse pure un applauso. Alla fine delle sedute i convenuti uscivano seri e contegnosi, parlavano tra loro a bassa voce, si salutavano con grande sobrietà e si allontanavano con un lieve fruscio delle tonache quando non indossavano il clergyman.
Ma quella volta il loro comportamento cambiò in modo stupefacente e inatteso, quasi che fossero stati sotto l’effetto di un incantamento o di un allucinogeno. Il prodigioso mutamento si manifestò al termine della prima giornata dei lavori, durò un paio d’ore e non si ripeté mai, neppure nelle assemblee degli anni successivi. Stranamente non fu ripreso da alcun giornale ne’ programma televisivo; le uniche notizie che circolarono furono i racconti di qualche passante meno frettoloso che vi aveva assistito. Insomma, l’evento è giunto fino a noi per tradizione orale.
Essa racconta che già durante i lavori si erano udite risate e schiamazzi provenienti dall’interno del palazzo. Poi, terminati i lavori, vescovi, arcivescovi, cardinali, abati, uscirono tutti arrossati in volto e in evidente stato di euforia, come se avessero passato il tempo a raccontarsi barzellette ed ora se le ricordassero reciprocamente.
Nascevano e si scioglievano capannelli, senza distinzione d’età o di gerarchia: vescovi ordinari con arcivescovi prelati emeriti, abati con cardinali, vescovi ausiliari con arcivescovi, tutti in preda alla più sfrenata allegria; qualcuno, dal gran ridere, si asciugava gli occhi con lo zucchetto o con il fondo della tonaca, senza alcuna preoccupazione per la dignità.
Ogni volta che il tripudio si affievoliva bastava che qualcuno pronunciasse il nome “D’Alema” per riattizzarlo come la miccia di un fuoco d’artificio. Tra una risata e l’altra si sentivano espressioni quali: “ma se D’Alema ha detto così è proprio un semplicione”, “cercare un rinnovato patto di potenza? Ma non sa che quello vecchio funziona ancora benissimo?”, “La Chiesa, cedere alla tentazione di potere? Ma se di potere ne abbiamo da vendere”, “A D’alè, ridillo che ce fai ride…”,e ancora risate e sberleffi.
D’Alema era un personaggio che oggi pochi ricordano ma che, all’epoca, era ritenuto capace di ogni astuzia per nuocere agli avversari del momento. Il giorno prima che si aprisse la grande assemblea episcopale aveva accusato pubblicamente la Chiesa di voler rinnovare un patto di potenza con le forze al governo e di cedere alla tentazione del potere e al fondamentalismo religioso.
I maligni, coloro ai quali D’Alema non piaceva troppo insinuarono che accuse così scontate e banali, provenienti da un uomo ritenuto astutissimo, avessero scatenato il senso del comico nei dignitari ecclesiastici, tanto da causare il loro prodigioso cambiamento. Ma nessun studioso ha mai potuto provarlo.


Il disagio dei laici ormai marginali

28 Maggio, 2008

(Radicali.it)

-  da Corriere della Sera del 27 maggio 2008, pag. 3

di Monica Guerzoni

«Lei mi dice che ha parlato di rifiuti, di sicurezza, di salari… Benissimo, ma di Gesù Cristo ha parlato?». Il sarcasmo di Massimo Cacciari sintetizza il disagio dei laici di fronte alla prolusione fiume del cardinale Bagnasco: la sensazione di isolamento culturale e la presa d’atto che, dopo due anni di battaglie contro le «ingerenze» della Chiesa nella vita pubblica, una certa egemonia culturale sia stata spazzata via dal risultato elettorale. Dove sono i superlaici che tuonavano un giorno sì e l’altro pure contro le «invasioni di campo» delle gerarchie vaticane? Che fine hanno fatto i «cattolici adulti» alla Romano Prodi? I plausi soverchiano le critiche e i laici del centrosinistra si interrogano.

«Dov’è l’opposizione?» si duole Emma Bonino, leader radicale e voce sempre più isolata del fondamentalismo anticlericale. «Noi abbiamo urlato fin dove si poteva e ora invece non faccio che sentire gente che dice “la Chiesa ha libertà di parola”. Altro che parlare alle coscienze, quello di Bagnasco sembra un programma di governo». Nel Pd la Bonino si sente in minoranza, teme che i principi cari ai riformisti di fede laica siano sacrificati «sull’altare del dialogo» e si appella all’opinione pubblica, a chiunque abbia senso dello Stato e persino alla destra: «Non conosco Paese al mondo dove si alza un vescovo e dà indicazione su qualsiasi cosa, neanche fosse un altro governo ombra. Dobbiamo fermare questa penetrazione».

Smarrimento, preoccupazione, sgomento. Il sindaco filosofo Cacciari però si dice in ansia per la Chiesa, più che per l’architettura democratica e giura di non sentirsi affatto sconfitto dal punto di vista culturale. «Laici allo sbaraglio? Io non lo sono affatto, sono tranquillissimo. Questa storia della laicità è una balla colossale, perché lo Stato è laico per definizione e tale resterà finché avrà vita». Non teme l’isolamento, la fine di un’egemonia delle idee che l’ha vista tra i protagonisti? «Certo che sono preoccupato, ma per la dialettica su questioni come sicurezza, immigrazione e temi sociali, il resto è nebbia ideologica». Prima diceva di essere preoccupato per la Chiesa… «Certo, ritengo pericoloso per una istituzione così importante andarsi a infognare ogni giorno su quel che fanno Berlusconi, Veltroni o D’Alema. I vescovi si facciano sentire su questioni etiche e morali».

Gli echi delle battaglie tra cattolici e laici su fecondazione assistita, testamento biologico e diritti alle coppie di fatto sono lontanissimi, un cattolico veltroniano come Giorgio Tonini non vede «motivi di allarme» e definisce «giusto che la Chiesa offra il suo apporto al libero dibattito della società, come Bagnasco ha rivendicato, toccando tutti i temi in modo molto equilibrato». Ingerenze? «Mai viste. Semmai a volte la politica è così debole che va in cerca di legittimazioni improprie».

Sottotraccia, però, il Pd è lacerato e lo conferma indirettamente Eugenio Mazzarella, ordinario di Filosofia a Napoli e neodeputato democratico. Il professore ammette che tra i laici del centrosinistra «c’è una difficoltà» e cioè quella di produrre «una visione unita ria sulle grandi questioni della società e soprattutto sulla crisi valoriale che l’attraversa da 15 anni». Ecco, conclude l’onorevole filosofo, su questo «non siamo ancora arrivati a una visione condivisa e spesso ci proponiamo con un assemblaggio di opinioni che è la nostra debolezza». Laici allo sbando, insomma? «Quando si accusano gli altri di supplenza, generalmente la cosa nasce da una insufficienza di reazione culturale».

Chi fa autocritica, chi sceglie il silenzio e chi, come Marco Follini, riconosce alla Chiesa di «saper interpretare un certo senso comune», ma ora teme che il centrosinistra si rassegni alla sudditanza e «regali al centrodestra» il rapporto privilegiato con i cattolici. Non vede invasioni di campo da parte dei vescovi? «No, siamo nel terreno dell’esercizio. della parola».


D’Alema: chiesa, la tentazione del potere è demoniaca

26 Maggio, 2008

(Corriere.it)

Un patto di potere tra la destra e la religione cattolica, un’alleanza che mette a rischio i fondamenti dello stato laico e minaccia la Chiesa stessa. Perché la tentazione del potere è «demoniaca» e sempre, nella storia, è stata all’origine di «misfatti ». Alla vigilia della settimana della Conferenza episcopale Massimo D’Alema conclude la summer school della Fondazione Italianieuropei parlando a braccio di «Religione e democrazia in Europa e negli Stati Uniti »: un’articolata analisi storica che parte dalla crisi della globalizzazione e si conclude con severe considerazioni, quasi una riscossa laica destinata a sollevare un’ondata polemica, nel rapporto con la maggioranza come dentro il Pd. I Teodem sono preoccupati e i cattolici democratici sospettano il tentativo di spostare verso sinistra il baricentro del partito riformista. D’Alema e la «questione cattolica », dunque. Dopo aver ascoltato per tre giorni filosofi come Remo Bodei, Charles Larmore e Tzvetan Todorov, il presidente di Italianieuropei fa sua l’affermazione di quest’ultimo «bisogna aver paura di chi ha paura» e la critica al presidente francese Sarkozy. Il quale, neanche fosse «un cardinale», torna a fare della religione cattolica «un affare di Stato». D’Alema parte da qui, identifica nel fallimento delle grandi ideologie del ‘900 una delle ragioni del ritrovato peso pubblico della fede nelle società «smarrite, imbarbarite, disumanizzate » e osserva che la destra politica, negli ultimi anni, ha preso a prestito la religione come «cemento».

Ed è riuscita a intercettare il «prepotente ritorno di un voto politico identitario, mosso da paure ma anche da passioni». Non è in discussione l’apporto dei cattolici alla vita pubblica, chiarisce l’ex premier e cita a modello cinquant’anni di Dc in cui la laicità è stata garantita. Il problema è più complesso e riguarda il rischio del fondamentalismo e la necessità che i credenti conservino il pluralismo delle scelte politiche «senza fissarsi nell’ortodossia e nel compromesso con il potere». «E’ da temersi — avverte D’Alema — che la Chiesa ceda alla tentazione del potere e che il peso politico dei cattolici si indirizzi da una parte per ottenere in cambio la tutela giuridica di principi e valori, come aborto o fecondazione, perché diventino leggi imposte a tutti colpendo la laicità dello Stato». Analizzando i dati della sconfitta D’Alema si è convinto che la destra sia stata «migliore interprete di quel che si muoveva nel fondo della società occidentale» e abbia saputo offrire «una risposta che si basa sull’alleanza tra potere e religione ». E qui il presidente vede il rischio che lo Stato entri in collisione con le garanzie di libertà e pluralismo che sono a fondamento delle democrazie. Poi la frase che molti hanno letto come un attacco a Ratzinger: «La tentazione del potere è demoniaca e sempre, nella storia della Chiesa, è stata all’origine di misfatti, di cui Giovanni Paolo II ha dovuto chiedere perdono». Chiudendo i lavori il padrone di casa rivendica le «buone ragioni » dei laici, ammonisce che «il sogno regressivo di una società monoreligiosa finirebbe per mettere in discussione la democrazia » ma si stanca di coltivare la speranza di un «dialogo fecondo» con i cattolici. Saluti, ringraziamenti a studenti e docenti e una rassicurazione per Veltroni. La Fondazione «non assumerà una caratterizzazione partitica» e non si chiuderà in dibattiti «di sezione», ma chi la teme non speri che il presidente si rassegni a dar vita a un «monastero benedettino»…

M.Gu.

International Summer School di Filosofia e Politica sul tema “Religione e Democrazia”


Il Papa in Liguria accolto dal pride laico

18 Maggio, 2008

(genova.repubblica.it)

Pride laico Genova

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Il Vaticano crede anche agli E.T.

14 Maggio, 2008

(Repubblica.it) E’ possibile credere in Dio e negli extraterrestri” e “si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione e nella redenzione. Lo afferma il direttore della Specola Vaticana, padre Josè Gabriel Funes, in una intervista all’0sservatore romano.

Anche se molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo, rimarca Funes nell’intervista, è un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra – aggiunge - che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio.

Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, – afferma padre Funes – così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con San Francesco, se consideriamo le creature terrene come ‘fratello’ e ’sorella’, perché non potremmo parlare anche di un ‘fratello extraterrestre’? Farebbe parte comunque della creazione.

A proposito dei problemi che altri mondi porrebbero al concetto di redenzione, l’astronomo osserva che se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore. E se questi extraterrestri fossero peccatori? Gesù – osserva il gesuita – si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.


Radio Vaticana – elettrosmog: la telenovela continua…

14 Maggio, 2008

radiovaticana logo

(Adnkronos) – Vanno annullate le assoluzioni accordate in appello a padre Pasquale Borgomeo e a padre Roberto Tucci per getto pericoloso di cose in relazione all’emissione nociva di onde elettromagnetiche proveniente dagli impianti di Radio Vaticana a Santa Maria di Galeria nella Capitale. A chiedere di annullare il verdetto della Corte d’Appello di Roma dello scorso 4 giugno e’ stato il sostituto procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna, ai giudici della III sezione penale che oggi dovranno decidere sul ricorso presentato dalla Procura di Roma, da alcune associazioni ambientaliste e dalle famiglie interessate dalle emissioni di Radio Vaticana.

Radio Vaticana commenta in modo critico la sentenza della Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dalla Procura Generale della Repubblica e dalle Parti civili contro la sentenza della Corte di Appello di Roma del 4 giugno 2007 che aveva assolto, in secondo grado, alcuni dirigenti della Radio Vaticana dal reato di ”getto pericoloso di cose” in conseguenza delle emissioni elettromagnetiche del Centro Trasmittente di Santa Maria di Galeria. ”Rimandando una valutazione piu’ approfondita della decisione della Suprema Corte alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza -si legge in un comunicato diffuso nella serata di oggi- la Direzione della Radio esprime rincrescimento per questa decisione, che si inserisce all’interno di una vicenda processale lunga e tormentata e che ha visto l’Emittente pontificia oggetto di accuse ingiuste”. ”La Radio Vaticana -si legge ancora- si propone comunque di far valere le proprie ragioni nelle prossime fasi del giudizio, tramite i propri difensori”.